Happiness

Felicità. Ci hanno girato film, scritto libri, riempito orecchie e diari di scuola. Ci hanno sempre detto che cos’è, dov’è, difficilmente però ti dicono come hanno fatto a trovarla, o come si fa a trovarla in giro per il mondo, in giro per i nostri giorni. Alzi la mano chi l’ha trovata, alzi la mano chi sa spiegarla. No, non è facile. Perché le emozioni non sono facili da descrivere così, su una tastiera o con il solo ausilio di un foglio e di una penna. E allora ci dobbiamo armare di immagini, di foto, di gesti, e cercare di prendere esempio, se proprio non sappiamo cos’altro fare. Felicità è libertà. Dicono. Indipendenza. Pare. Leggerezza. Ci siamo. Shakerato, ma anche mischiato, cercando di non lesinare con le dosi. È saper godere di tutto questo, anche se il momento presente non sembra il più adatto, sfruttare lo spiraglio di azzurro tra le nuvole grigie. Anche se il tuo passato, il tuo presente ed il tuo futuro sono fatti di spinte in mischia, di chili da spostare e/o sollevare, di qualche sporadica corsa a gambe impastate, casomai capitasse lo spazio. Di battute sui piloni, sulla loro incapacità di tenere il punteggio durante il match, sulla loro bravura negli autoscontri e nei terzi tempi, specialità sollevamento boccali. Sulla nebbia nel cervello che il campo ad un certo punto pare il Mortirolo. Cos’è la felicità per un pilone? Buttare indietro l’avversario, dicono. Placcare anche l’erba, magari facendo assaggiare il fango all’avversario che ci ha provato. Dicono anche questo. Una meta, una volta ogni tanto, che è sempre bello vedere un ciccione che segna, una volta ogni tanto. Avanti così. La felicità di un pilone ha la faccia tonda di Adam Jones, classe 1981 di Abercraf, una ventina di chilometri da Swansea, qualcosa in più da Cardiff. Barba e capelli che sembrano quasi finti attorno a quei 120 e passa chili di muscoli e birra, particolari che lo rendono quasi un compagnone da pub e da aneddoti sconci in un weekend di pioggia e di tempo da lupi. O al limite lo vedresti bene con un saio al posto di Michael McShane in “Robin Hood – l Principe dei Ladri”. Come Fra Tuck sarebbe perfetto. Solo che da una ventina di anni a questa parte il buon Adam è impegnato nei weekend. E per il momento il ruolo che gli viene meglio è quello del pilone destro. Costume di scena semplice come una maglietta col numero 3 stampigliato sulla schiena sa essere. Neath, Ospreys, Cardiff Blues, Harlequins, Galles, Lions, pure i Barbarians un paio di volte. Cambiano i colori, ma in 16 anni di professionismo il copione è sempre quello: spingi, placca, spingi ancora. Casomai un bel fallo a favore e le pacche in testa e sulle spalle dei tuoi compagni, grati perché li stai spingendo nella Terra Promessa. Mete poche, sette in sedici anni. E qualche uscita dal ruolo, ogni tanto. Ma cazzo che bei momenti. Felici.

Come all’Arms Park, anno di grazia 2014. Novembre, freddo che te lo raccomando. Da Limerick è arrivata la Red Army, il Munster, che a perdere proprio non ci sta. Sarà per la cattiveria agonistica, per il blasone, oppure perché in classifica gli altri corrono e non si può restare fermi. Sono più forti dei Cardiff Blues, ma la partita è in bilico. Dietro i padroni di casa hanno fatto acquisti di un certo livello, sono arrivati Tuculet e Amorosino, che non sono proprio gli ultimi degli ultimi. Ma la partita Cardiff la fa davanti, in mischia. A destra, sembra. Già. Maglia numero 3. Adam Jones sta facendo diventare matto il pilone sinistro irlandese, John Ryan, che non è certo uno alle prime armi. Lo mette in croce, di lì non si passa. Passano i minuti, ne mancano 8 alla fine, Cardiff attacca. Dacey prova lo sfondamento sulla linea dei 22, il placcatore fa il suo lavoro, ma lo fa da posizione irregolare. L’arbitro allarga il braccio sinistro,vantaggio Blues, che significa azione gratis. Lloyd Williams, il mediano di mischia, capisce al volo e allarga il gioco. Vuole il blitz, forse, ma la palla finisce alla persona meno adatta del mondo. Adam Jones, esatto. Gambe troppo impastate per fare il Campese o il Carlos Spencer, mani troppo ruvide e callose per lanciare il gioco. Vittorio Munari, riferendosi ad un pallone caduto dalle mani di Quintin Geldenhuys, gigantesca (in tutti i sensi che vi vengono in mente) seconda linea azzurra, disse che non si può chiedere ad un mulo, nobilissimo animale di fatica, di vincere l’Arc de Triomphe dopo essersi fatto tutta la guerra sulla linea del Piave. Ecco, Adam Jones non sfugge troppo a questa logica. Riceve palla da fermo, la linea avversaria monta. E allora lui droppa. Una licenza poetica, se permettete.

Stop. Il tempo va in ghiaccio per qualche secondo.

L’ovale è anche ben indirizzato, finisce in mezzo ai pali, ma è corto di un sette-otto metri. Non male per uno che i piedi se li è visti per l’ultima volta, forse, da juniores. I telecronisti britannici, noti per il loro leggendario aplomb, non trattengono la risata. L’Arms Park sbotta in una fragorosa risata, poi applaude sonoramente. È una standing ovation mica da ridere, considerando che in Galles è dura trovare stimoli per ridere, a novembre, se ti piace farti coccolare da un po’ di tepore. È bello essere felici, farsi strappare una risata quando meno te l’aspetti. Adam Jones ride di gusto. Simula un inchino con tanto di cappello, ride ancora. Vantaggio finito, l’arbitro torna sul calcio, Davies trasforma, vantaggio Cardiff. Il Munster vincerà con una meta allo scadere, sono comunque una gran squadra, killer instinct e blasone non si improvvisano dalla mattina alla sera.

Ci hanno girato film, scritto libri, riempito le orecchie e diari di scuola. Ci hanno sempre detto che cos’è, dov’è, difficilmente però ti dicono come hanno fatto a trovarla, o come si fa a trovarla in giro per il mondo, in giro per i nostri giorni. Alzi la mano chi l’ha trovata, alzi la mano chi sa spiegarla. No, non è facile. Forse però, dopo più di 300 partite da professionista in giro per il mondo a ribaltare mischie, a sbattere testa e ossa contro la testa e le ossa di qualcuno del tuo stesso umore, ma la divisa di un altro colore, qualcosa come un drop può servire a qualcosa. Ad evadere dalla gabbia, per esempio. Nonostante i garretti non siano quelli di Shane Williams, né il mirino sia quello di Jonny Wilkinson. Nonostante il match sia ancora in bilico, nonostante l’autunno inoltrato gallese non sia cosa per tutti, soprattutto quando il sole marca visita. Nonostante la carriera sia da un po’ di tempo in discesa, magari lieve, ma pur sempre in discesa.

Il drop è un gesto tecnico difficile. Ci vuole coordinazione, tempismo, piede. Devi fidarti della palla. E di te. Essere felice di quel che sei e quel che fai, comunque vada. Sentire quel tepore dentro che ti dice che può anche andar bene così, nel caso vada male. A giudicare dalla risata, dagli occhi scuri che si stringono, dai capelli lunghi e neri, da quella barba che sembra disegnata, Adam Jones quel tepore l’ha sentito. E non credo di aver mai visto nulla che si avvicini alla felicità più di uno sgraziato pilone fatto di muscoli e birra che ride dei suoi limiti.

Felice, nonostante tutto.

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Happiness

Palle di neve

Bella, la neve. Bianca, simbolo di candore, qualcosa che invoca pace e silenzio. Ovatta i rumori, li trasmette quasi come se dovessero passare per una sordina. Pulisce l’aria, la neve, o almeno così sembra. E’ la prima cosa che si cerca di far vedere ad un figlio per impressionarlo e allo stesso tempo farlo innamorare della potenza della natura, capace di mostrarsi delicata, fragile ma allo stesso tempo talmente forte dal coprire tutto quel che c’è. Cristallizza tutto, la neve, riesce quasi a portare le persone indietro nel tempo, a quando da ragazzini ci si sfidava a pallate per strada o nei campi. A Monza sono in tanti a sfidarsi a palle di neve. Grandi e grossi, eppure guardali come si divertono. Sembra quasi l’abbiano vista per la prima volta, quella neve. Non è che sembra, a dir la verità, sono in tanti a non averla mai vista. A Suva non è che capiti tutti i giorni. Nelle Fiji, prima del ciclone Winston datato 2016, la neve era giusto giusto lo sfondo di qualche cartolina raffigurante paesaggi strani, quasi alieni. E se non hai avuto la fortuna di girare un po’ il mondo, beh, con quella coltre bianca non puoi avere tutta questa confidenza. Se ne sono accorti qualche ora prima, all’arrivo in Italia, che quel sabato pomeriggio non sarebbe stato come tanti altri. Campo completamente imbiancato, neve che scende fine ma inesorabile, aria fredda e secca. E chi ha mai giocato a rugby in queste condizioni? Giusto gli “europei”: Nicky Little, che era a Calvisano che poi passerà per Padova come Sisaro Dautu Koyamaibole, che per la gioia di tutti, falangi comprese, si fa chiamare “Sisa”, capitan Rauluni, che gioca coi Saracens. È una bella squadra, quella figiana, ha appena fatto tremare il Millennium Stadium, con i gallesi vincitori solamente al termine di una faticosa rimonta. Non è che si scompongano troppo eh, due autunni più in là arriverà una discreta rivincita, alla Coppa del Mondo. Fisicamente sono incredibili, ci sono seconde e terze linee che per velocità e corsa rotta potrebbero essere tranquillamente scambiati per trequarti. Prendete per esempio Ifireimi Rawaqa, seconda linea di 120 chili che a Cardiff si fa 60 metri di corsa seminando fior di velocisti gallesi e poi schiaccia in mezzo ai pali. Sono mostruosi, dei funamboli che quando dicono di giocare sembra mettano in campo un altro sport.

Ma sotto la neve, in tanti, non ci hanno mai giocato.

Meglio, non ci sono mai stati.

A Lisbona, contro il Portogallo, hanno vinto battendo i denti.

Faceva freddo e l’hanno a tratti patito, ma chi l’ha mai vista la neve?

No, a Monza sembra tutto irreale. Il campo, innanzitutto, completamente bianco. Irreali gli addetti e irreale il loro spalare le aree essenziali, quelli delle linee di campo. Irreale la banda degli Alpini che suona gli inni e un po’ sembra di essere in un racconto di Mario Rigoni Stern, irreale la Cibi. Poi inizia la partita e lì no, le botte sono tutte vere. Dal sogno alla realtà, Calderón de la Barca spostati un attimo per piacere. Gli azzurri hanno appena cambiato il commissario tecnico, è arrivato il francese Berbizier, ma la spina dorsale della squadra è quella messa in piedi da John Kirwan. Grande John Kirwan, punito per i deludenti risultati nel breve periodo ma che non finiremo mai di ringraziare per quel che ha regalato ai posteri. E infatti la formazione vede tanti giocatori fatti debuttare dal neozelandese: Parisse, Bortolami, Canale, Castrogiovanni, Ongaro, Mirco Bergamasco. Non è un brutto novembre, il nostro: maltrattiamo Tonga con 6 mete a 0, ma avremmo potuto segnarne altre tre o quattro senza grossi problemi. Abbiamo un black-out contro i Pumas a Genova, perdiamo 39 a 22 dopo un discreto primo tempo. Tutto sommato non siamo male, anche perché Berbizier risolve il problema del calciatore rispolverando Ramiro Pez da La Tablada in mediana, un talento forse mai compreso fino in fondo alle nostre latitudini. Pez è un numero 10 che attacca la linea come pochi altri mediani azzurri hanno fatto finora e che nel tempo ha dimostrato di avere pure un bel piede. Era già passato per l’azzurro con Johnstone in panchina, facendo vedere anche dei bei numeri, ma le percentuali dalla piazzola non erano quelle giuste. Il ragazzo era acerbo, ma nel frattempo di strada ne ha fatta, soprattutto in Premiership e in Francia. Le spalle, mettiamola così, se le è fatte. Ci fa passare lui in vantaggio, replica Little, ma la partita è bloccata. La neve è insidiosa, il pallone non è che lo controlli bene lì sotto. E poi i figiani sono duri, cavolo se sono duri. Saranno anche davanti alla loro prima neve ma questi picchiano come fabbri. In mischia avremmo pure un leggero sopravvento, ma non lo sfruttiamo. Irreali le mischie, con nubi di fiato e fatica che si alzano ad ogni spinta. In ogni parte del campo.

Andiamo al riposo sul 3 pari, tè caldo a litri per tutti.

Anche i pacifici si scaldano col tè, nel senso che però se lo tirano sui piedi. Probabilmente per vedere se lì sotto, tra tomaie e ossa, c’è ancora un po’ di vita. Noi non è che siamo tanto tranquilli, ma Berbizier, che era mediano di mischia e sa come parlare ai suoi avanti, deve aver toccato i tasti giusti: al primo minuto sugli sviluppi di una touche andiamo dentro con Ongaro, Pez trasforma. Il match si rompe, i figiani tentano di scuotersi, ma anche se la neve ha smesso di cadere non riescono a bucare le maglie azzurre. Gli uomini di mischia cominciano a cedere qualcosa, pure la disciplina comincia a venir meno. Ne vengono fuori due calci di Ramiro Pez, andiamo sul 16 a 3. I figiani allora si attaccano al loro punto di forza, la cavalleria dei trequarti. Nella letteratura ovale si potrebbe pure chiamarla “cavalleria leggera”, ma quello che pesa meno lì dietro non va sotto il quintale. Poco dopo l’ora di gioco riescono a segnare con Luveitasau, si danno una scossa, ma la benzina è quasi finita. Gli azzurri, mai stati famosi nel mondo ovale per il loro killing instinct, chiudono il match alla prima occasione: grubber di Pez nei 22 figiani, Mirco Bergamasco capisce tutto e si avventa sulla palla per primo, è il 23 a 8 che abbassa il sipario.

Lo stadio si svuota, le riserve di alcool in tribuna sono quasi terminate, la temperatura è quella che è. Bella, la neve. Bianca, simbolo di candore, è qualcosa che invoca pace e silenzio. Ovatta i rumori, li trasmette quasi come se dovessero passare per una sordina. Pulisce l’aria, la neve, o almeno così sembra. Cristallizza tutto, la neve, riesce quasi a portare le persone indietro nel tempo, a quando da ragazzini ci si sfidava a pallate per strada o nei campi. Anche a Monza, anche se in campo i ragazzini hanno fisici bestiali e la neve l’hanno vista poche volte in vita loro. Si prendono a pallate, si divertono. Poi vanno a scaldarsi. Non è dato sapere se l’hanno fatto ancora col the nei piedi, ma si sono scaldati.

Se lo ricorderanno quel pomeriggio irreale. Si ricorderanno di noi, nell’estate successiva ricambieranno il favore a Suva, non ci capiremo quasi nulla nell’umidità del Pacifico. Questa è la squadra che stupirà tanti alla Coppa del Mondo del 2007, buttando fuori il Galles dai gironi e mettendo in grossa difficoltà gli Springboks più forti e cattivi di sempre. Una squadra di omone col cuore in fondo ancora un po’ bambino.  Potenziale fisico stratosferico, ma sempre la voglia di divertirsi, di stupirsi un po’. Di tornare bambini. E chi resta un po’ bambino, neve o non neve, dà sempre un po’ di più, quando è ora di giocare.

Palle di neve

Avevo voglia di correre

No, non credo di essermi mai sentito più inutile di così. Stanco, sfatto, la camicia sporca, i pantaloni sdruciti e sangue che fa capolino da dove poi dovrò cucire una toppa. Deve essere stato Smith, lui e le sue dannatissime scarpe rinforzate. O forse il ruzzolone nel tentativo di prendere la palla, un paio di azioni fa. Non ci volevo giocare. Non volevo nemmeno venire qui oggi. Hanno insistito, “dai che stavolta vinciamo”, “dai che è la volta buona”. Il sangue irlandese ereditato da mio padre, intriso di orgoglio, ha fatto il resto. Forse lui ne sarebbe orgoglioso, di sicuro lo sarà, ovunque lui sia, da qualche parte lassù. Ma io odio il calcio. Oddio, odio. Non lo amo particolarmente. Preferisco il cricket, ma forse è solo perché lì sono più bravo. O forse perché, ogni tanto, riesco a battere quel maledetto Southgate. Non lo sopporto quando lo incrocio nei corridoi della scuola, né lui né la sua spocchia. E nemmeno i suoi amici, quelli che vogliono sempre giocare a calcio, quelli che ci sfidano sempre. Quelli che ci battono, quasi sempre. Anche oggi, 1 novembre 1823. Oh, non tocchiamo palla. E poi ve l’ho già detto, non sono capace. Non come loro, almeno.

Fanno un altro gol. Noi riusciamo solo a dispensare qualche generosa pedata. Palla o tibia, quel che viene. Ah, capiamoci: è permesso colpire l’avversario sotto il ginocchio. Nessuno si lamenta. È permesso afferrare e/o afferrare la palla con le mani. Ma si può avanzare solo calciando. Ne consegue una discreta serie di mischie furibonde nelle quali una buona metà dei giocatori non sa dove sia finito il pallone, ma nel dubbio calcia. Palla o tibia, quel che viene. Poi loro calciano la palla, avanzano e segnano. Facile. Per loro.

Io non ne posso più.

Non è il mio posto.

Questo campo non è casa mia. Mi sento in gabbia, ma non ho il libretto delle istruzioni per uscire.

Ho davanti Southgate, biondo e tozzo. Naso largo e risata singhiozzante lo fanno assomigliare incredibilmente ad un suino. Ma quanto è forte con la palla, ha già segnato due gol. Calcia la palla, è più veloce e vuole superarmi. Non so che fare. Vorrei tirarlo giù dalle spese, buttarlo giù a mangiare un po’ di fango e terra, ma sarebbe una dimostrazione di inferiorità. Fermo la palla con le mani, Southgate mi è addosso. Spinge, si può. Non riesco a calciare, non ho nessuno dei miei a fianco, né dietro.

Non voglio perdere.

Sento le gambe pulsare, mi dicono qualcosa. Scalpitano, le seguo, corro.

In avanti.

Al diavolo che non si può, mi sono stufato.

Southgate non capisce e si ferma. Si fermano tutti, anche i miei, anche Smith e le sue scarpe rinforzate. Quanto siamo di riflessi lenti, noi britannici. Ligi alle regole, quasi mai un guizzo che non sia ben dentro la legalità. Io continuo a correre, i pali si avvicinano sempre di più, poi appoggio la palla.

Mi guardano tutti strano, uno mi spinge.

“Che diavolo fai?”

“Non sono queste le regole”

“Sei pazzo?”.

Stop.

 

Quanto tempo è passato da quel pomeriggio.

Ero un povero pazzo, anche un po’ frustrato. O almeno, così mi avranno considerato gli altri attorno a me. Mai più giocato a calcio, finii gli studi e presi gli ordini. Fui cappellano e parroco, protestante. Poi terminai il viaggio terreno e arrivai qui. Ogni tanto passo e vengo a rivedere i miei anni giovanili, tutto registrato. Sono un po’ nostalgico, lo so. Poco tempo dopo di me è arrivato qui un antiquario, tale Bloxam. Lui si ricordava di me, ero quello che corse via con la palla in mano in un pomeriggio di novembre. Non credevo di essere così famoso. Sembra però che qualche anno dopo qualche altro ragazzo abbia cominciato a giocare portando avanti la palla con le mani, così come feci quel giorno. Sembra anche che però nessun altro, quel pomeriggio, mi abbia visto fuggire con la palla in mano. Non mi stupisco, nel 1823 in un college era doveroso seguire le regole, se non lo facevi eri un trasgressore, uno da dimenticatoio.

Ma la storia di Bloxam, la mia storia, sembra abbiano fatto breccia qualche tempo dopo.

Il mio college, il Rugby College, ha dato il nome ad uno sport in cui si corre con la palla in mano.

Il trofeo per la squadra più forte al mondo, da decidere una volta ogni quattro anni, reca il mio nome.

Eppure quel giorno ero stanco, volevo solo andare via.

Via da Southgate.

Via dal campo di calcio.

Via da tutto, anche senza libretto di istruzioni.

Mi chiamo William Webb Ellis, e quel giorno non credevo di inventare un nuovo sport.

Avevo solo tanta voglia di correre.

 

Avevo voglia di correre

Quattrocento

Frank Hadden, cuffie enormi alle orecchie e sguardo corrucciato già di suo, ha finalmente un motivo per giustificare quel viso da turista finito per sbaglio nel posto più piovoso del mondo con una valigia stipata di magliette, bermuda e infradito. Scruta il campo. Vede che i suoi giocatori, quelli che lui stesso ha caricato come tori nelle ore precedenti al match, stanno facendo di tutto per rimanere sconfitti. Stanno perdendo nel punteggio, stanno perdendo nel cuore. Soprattutto stanno perdendo la faccia, perché va bene tutto, ma non si possono fare quei regali. No, non in casa, a Murrayfield. Non durante il Sei Nazioni. Soprattutto non nel match che potrebbe suggellare un discreto risultato a fine torneo dopo la vittoria col Galles.

No, non con l’Italia. Non così, almeno.

Poi Paterson attacca la chiusa, si trova davanti due prime linee e deve solo accelerare, 17 a 24 con ancora venti minuti davanti. Murrayfield si scuote, un quarto di partita sa essere eterno, sa ghiacciare le lancette. Soprattutto se si è in bolletta con le forze fisiche e mentali. Lo stesso Paterson disegna una trasformazione che se non è perfetta poco ci manca, si torna a metà campo, palla a Roland De Marigny, estremo sudafricano di stanza a Calvisano.

Proprio come un’ora e qualche minuto fa.

Proprio come quando Frank Hadden, che di mestiere fa il selezionatore della nazionale maggiore scozzese, aveva detto ai suoi di sorprendere l’Italia. Di non prendere prigionieri, di ammazzare subito la partita con tutte le armi a disposizione. Lo dice per caricare i suoi, per far sì che Murrayfield per gli azzurri diventi un inferno. La tattica, in sé, non è male: la Francia ci ha massacrato così a inizio mese, in un Flaminio carico di attese e di speranze. L’Italia di Pierre Berbizier, capiamoci, è una bella squadra,in crescita, ma tendenzialmente “corta” per il livello internazionale: c’è un signor XV titolare, due o tre cambi all’altezza, poi il livello cala. Il piano di gioco non è complicato, si gioca tutto su un pacchetto di mischia di altissimo livello, soprattutto in prima linea (Lo Cicero, Festuccia, Castrogiovanni, Ongaro, Perugini, Nieto), e su due centri di livello assoluto come Mirco Bergamasco e Gonzalo Canale. Hadden vuole colpirci subito, variare il gioco, costringerci a finire il serbatoio prima del tempo e poi portare a casa la partita. Non vuole fare come l’Inghilterra, che a Twickenham contro di noi credeva di fare la voce grossa nei raggruppamenti, ma che poi ha dovuto aggrapparsi a sir Jonny Wilkinson per mettere al sicuro il match. Andate a chiedere agli inglesi cosa sarebbe successo se il loro re taumaturgo avesse deciso, come ogni divinità che si rispetti, di osservare il riposo del settimo giorno. No, gli azzurri non li puoi aspettare, non devi accettare il loro ritmo, né sottovalutarli, altrimenti si rischia grosso.

E allora De Marigny apre le danze. Le intenzioni scozzesi sono abbastanza chiare: un raggruppamento per fissare la difesa, poi si attacca subito. Chris Cusiter serve profondo Phil Godman, numero 10 di Edimburgo. La linea dei trequarti scozzese è appena dietro, guardinga. Stretta, come se sapesse già dove finirà il pallone. Già, non è un calcio di liberazione, è un chip per saltare la linea di difesa azzurra. L’idea non è nemmeno malvagia, dietro siamo pressoché smarriti. Ma Mauro Bergamasco capisce tutto, intercetta il pallone e si tuffa in meta. Diciotto secondi, in molti tra gli spalti devono ancora sedersi. Gli scozzesi in campo non si scompongono più di tanto, può capitare.

E ripartono.

Cercano di variare il gioco il più possibile: Paterson lancia una candela al cielo, poi Godman prova un calcio all’ala, nel frattempo Cusiter cerca di spezzare la difesa italiana: tutto inutile. Due volte riceviamo palla senza pressione, due volte la calciamo in tribuna a metà campo. Impeccabili. Non può durare molto, pensano Hadden e sottoposti. Gli scozzesi cercano di avanzare alla mano, li respingiamo con perdite nella loro metà campo. Poi Cusiter prova ad accelerare i tempi: attacca la linea e cerca di lanciare Dewey, che gioca primo centro ma che di fatto è una terza linea. I due con tutta probabilità vogliono prendere in mezzo Andrea Scanavacca, 34enne apertura del Rovigo che ha ritrovato la Nazionale, considerato l’anello debole della nostra difesa. L’idea non è male, i due salgono bene, ma a Cusiter viene il braccino e Scanavacca si ritrova il pollo in mano.

E corre in mezzo ai pali, 14 a 0.

Chi come il sottoscritto ha seguito la telecronaca in diretta di Paolo Cecinelli e Rick Greenwood ricorderà, a questo punto, un monumentale “’mazza che bellezza”  pronunciato dall’ex giocatore inglese, passato per Roma nei suoi anni di gioventù. 14 a 0, Murrayfield tace, pietrificato. Gli scozzesi ci riprovano, questi sono cresciuto a pane e  William Wallace, vuoi che mollino. Facciamo un raggruppamento, poi palla fuori a metà campo. Gli scozzesi conquistano la touche, Cusiter chiama il loop attorno a Godman, poi vede la superiorità numerica al largo. Spara un passaggio che dovrebbe coprire all’incirca 40 metri di campo, ma la parabola è alta. E lenta. Troppo lenta perché non arrivi Kaine Robertson, l’unico vero proprietario della velocità in casa nostra. 21 a 0, sette minuti dal kick-off di De Marigny. Quattrocento secondi.

Gli scozzesi si guardano. Chris Paterson parla a tutti, cerca risposte, ma non è che ne trovi tante. Frank Hadden, in panchina, si rende conto di una cosa: contro l’Italia è cosa buona e giusta evitare come la peste i raggruppamenti, le mischie e il gioco troppo spezzettato. È cosa buona e giusta, contro di loro, non dare punti di riferimento, né ripetere la stessa giocata nel giro di venti minuti. Certo, solo che prima di mettere in campo una Santa Barbara del genere devi assicurarti che tutte le esecuzioni vadano per il meglio, altrimenti l’astronave che volevi costruire finirà per assomigliare ad una carriola.

Gli scozzesi ripartono forte, ancora più forte di prima. La tattica di Hadden è saltata del tutto, ma la difesa azzurra comincia a dare qualche segno di cedimento. La disciplina italiana latita, Paterson decide di andare sistematicamente in touche.

E perde di fatto la partita.

Vero che Dewey sfonda e accorcia le distanze, ma è anche vero che, con un piede come il suo, piazzare ogni volta che si può fosse la cosa più simile ad una tattica adatta a girare il match. Gli azzurri perdono Masi, ma non ci sono trequarti in panchina: Berbizier è costretto a spostare Mauro Bergamasco all’ala, ruolo già ricoperto nell’era Kirwan e a inserire Zaffiri in terza linea. Scanavacca e Paterson fanno un altro giro dalla piazzola, a fine primo tempo siamo avanti 24 a 10, poi la Scozia prova ancora a sfondare con Paterson, ma Mirco Bergamasco si immola ai 5 metri e ci salva. Gli scozzesi stanno dando il tutto per tutto, ma gli azzurri sono riusciti finalmente a mettere dei gran granelli negli ingranaggi degli avversari. A rallentare il ritmo. A passare per le mischie, dove Lo Cicero e Castrogiovanni stanno massacrando i diretti avversari. Per i raggruppamenti, dove Parisse sta letteralmente mettendo a ferro e fuoco le terze avversarie e dove quel numero 6, che di nome fa Alessandro Zanni, sta debuttando da titolare e proprio non ci credi, perché sta mettendo giù una prestazione da veterano consumato. Per le touche, dove dobbiamo toglierci tanto di cappello davanti a Marco Bortolami, perché davanti a uno che costringe a suon di prestazioni inglesi e francesi a nominarlo capitano devi solo toglierti il cappello. Per i placcaggi, con un Mauro Bergamasco che sembra abbia giocato ala tutta la vita e che ferma tutto quello che oltrepassa il Gran Premio della Montagna del pelo d’erba. E a passare attraverso un numero 9 di trentaquattro anni, la pelata lucida e un numero di punti di sutura in giro per il corpo da far impallidire chiunque. Sì, ma corre e placca come un ragazzino. Alessandro Troncon non vede l’azzurro dal 2005, ma alla prima apparizione da titolare è commovente per coraggio, classe e abnegazione in quel di Twickenham, tanto da convincere i giornalisti inglesi a premiarlo come Man of the Match. Non è che ci sono riusciti in tanti, eh. A Murrayfield Troncon sta facendo il diavolo a quattro: parla con tutti, non perde un pallone, gestisce maul e mischie come solo lui sa fare. Insieme a Ivan Francescato è il miglior mediano di mischia mai nato alle nostre latitudini, avrebbe potuto ritirarsi già da tempo, ne aveva tutto il diritto. No, vuole arrivare al Mondiale, vedere cosa c’è oltre le Colonne d’Ercole dei gironi.

Dall’altra parte del campo Frank Hadden, cuffie enormi alle orecchie e sguardo corrucciato già di suo, ha invece finalmente un motivo per giustificare quel viso da turista finito per sbaglio nel posto più piovoso del mondo con una valigia stipata di magliette, bermuda e infradito. Scruta il campo. Vede che i suoi giocatori, quelli che lui stesso ha caricato come tori nelle ore precedenti al match, stanno facendo di tutto per rimanere sconfitti. Stanno perdendo nel punteggio, stanno perdendo nel cuore.

No, non con l’Italia. Non così, almeno.

Paterson attacca la chiusa nell’unico vero momento di leggerezza azzurro e si ritrova in area di meta. Lo stesso Paterson disegna una trasformazione che se non è perfetta poco ci manca. Si torna a metà campo, palla a Roland De Marigny, estremo sudafricano di stanza a Calvisano.

Proprio come un’ora e qualche minuto fa.

Proprio come quando Frank Hadden, che di mestiere fa il selezionatore della nazionale maggiore scozzese, aveva detto ai suoi di sorprendere l’Italia.

Solo che, appena la palla tocca terra, Murrayfield tutto si rende conto che la fatica sta presentando il conto ai suoi paladini. I suoi avrebbero bisogno di un gesto che tenga alto l’umore della truppa, ma a Murrayfield aleggia la sensazione che la meta di Paterson sia stato l’ultimo canto del cigno, l’ultimo acuto prima dell’abisso. No, troppa la foga messa in campo dopo quei sette minuti sciagurati, troppa la frenesia. L’Italia nel solo primo tempo ha concesso 7 punizioni nella sua metà campo, tutte piazzabili. E con un piede come quello di Paterson erano un bel tesoretto da giocarsi. Certo, 7 punti non sono molti, mancano ancora i venti minuti più lunghi del match. Solo che nessuno riesce a prendere quel drop, che rimbalza a terra e finisce in touche in piena area scozzese. E nessuno riesce ad afferrare quella palla, che viene rubata dagli italiani.

Un quarto di partita sa essere eterno, sa ghiacciare le lancette.

Soprattutto se si è in bolletta con le forze fisiche e mentali.

Gli azzurri guadagnano una mischia sui 5 metri. Perugini , Ongaro e Nieto, che sono entrati nella ripresa, stanno continuando il lavoro ai fianchi della prima linea avversaria. Ci sarebbero gli estremi per una meta tecnica che sarebbe terminale, ma l’arbitro concede solo un piazzato, Scanavacca centra i pali. Poco dopo Troncon guida una maul maestosa, ma l’arbitro vede un fallo di Perugini e ferma il tutto. Poi aggiungiamo altri tre punti. La Scozia è praticamente sparita dal campo, Robertson si inventa un volo fermato solamente da un rimbalzo ballerino dell’ovale sulla linea di touche. Si rifarà, oh se si rifarà, due settimane più tardi al Flaminio. Poi, ai 5 metri, Troncon chiama la maul e butta dentro i suoi pretoriani. Gli scozzesi cercano di tamponare alla bell’e meglio, ma l’ovale è già in mano al numero 9 azzurro. Meta non vista subito dall’arbitro, ma convalidata a furor di popolo. Gli ultimi minuti sono pura accademia, con gli scozzesi a cercare la meta dell’orgoglio e noi a negarla come se quegli ottanta minuti avessero ancora tanto da dire, ancora molte cose in bilico.

Vinciamo di 20, risultato mai visto prima d’ora fuori dal suolo italiano.

E vinceremo anche al Flaminio contro il Galles, risultato mai visto prima in Europa.

Troncon viene portato in trionfo, agita continuamente la magnum recapitatagli dai giornalisti scozzesi, è ancora enorme Man of the Match.

Verrà ancora portato a spalle dai compagni al termine di un match contro la Scozia.

Ha segnato l’unica meta dell’incontro nella sua ultima fatica da giocatore.

A Marsiglia, però, non ci sarà nulla da festeggiare, se non l’addio al rugby giocato di un fenomeno che ha solo sfiorato le Colonne d’Ercole, l’idea di andare a giocare un quarto di finale alla Coppa del Mondo.

Ma questa, in fondo, è pur sempre un’altra Italia-Scozia.

E pur sempre un’altra storia.

Nella pioggia di Saint-Etienne, però, c’è un solo “turista” che si trovi bene sotto tutta quella pioggia: si chiama Frank Hadden. Ha appena visto il calcio di Bortolussi uscire ed è il fortunato possessore della faccia di uno che si è appena liberato di qualche peso dopo aver passato un brutto quarto d’ora.

Un quarto d’ora di soli, storici, quattrocento secondi.

Quattrocento

L’anno del Leone

Uno, due. Uno dietro l’altro, in fila per uno col resto di uno. Cartellini. Gialli per fortuna, nessuna porta del non ritorno. Sì, ma 10 minuti in 14, per di più in una partita tirata, sono un’eternità che le omelie del sacerdote nelle domeniche mattina di primavera in confronto sono dei modesti monosillabi. Fate 10 minuti per due, che questa volta non fa venti. Dieci, dodici minuti in 13, se non hai le stimmate della grande squadra e/o se non vesti una maglia nera dotata di felce argentata di serie, sono letali. Soprattutto se sei una squadra italiana in terra straniera, dove ogni piccolo difetto, ogni piccola mancanza, storicamente la paghi il doppio. Al Parc y Scarlets non si è mai sfuggiti da questa logica. Cartellino? Lo paghi. Errore di foga quando la benzina sta per finire? Benissimo, bancomat o contanti? È la stessa sensazione che stanno provando i tifosi sugli spalti discretamente vuoti dell’impianto di Llanelli, bellissima quanto impronunciabile cittadina gallese a pochi chilometri da Swansea. Da una parte ci sono i tifosi di casa, già un po’ preparati alla fuga e alla conclusione di una bellissima stagione regolare, coronata con la qualificazione alle semifinali per il titolo, dall’altra ci sono gli sparuti tifosi della Benetton Treviso, che da quasi un’ora stanno assaporando il gusto dolce della vittoria esterna, provato solamente poche volte, meno di quelle che si vorrebbero. Bello vincere fuori casa, tra il silenzio e gli sporadici applausi della maggioranza degli astanti. Fa sempre un certo effetto. Treviso ha espugnato Parma e Edimburgo, andando a una trasformazione dal portare a casa 5 punti da Ravenhill, fortino dell’Ulster, altra squadra potenzialmente da titolo. Non proprio tantissime, soprattutto se si considera il ruolino di marcia a Monigo: due sconfitte di un punto, contro le corazzate Leinster e Ulster, una partita sbagliata contro Glasgow Warriors, e un pareggio contro Connacht nella notte in cui Dan Parks decise di fare il fenomeno. Per il resto vittorie su vittorie. Alcune pesantissime, come quella contro il Munster, altre in scioltezza, come contro Edimburgo, Dragons e Cardiff. Alcune meravigliose, come contro gli Ospreys campioni in carica al debutto. O come contro gli Scarlets, ottenuta grazie a un calcio da metà campo di Alberto di Bernardo a 20 secondi dal termine dopo una rimonta monumentale. Già, gli Scarlets. La squadra di Simon Easterby, ex ferocissima terza linea irlandese, sembra avere finalmente trovato la quadratura del cerchio. Finalmente riescono a trovare, tra gli avanti, un assetto maturo, fatto di gente tosta come Turnbull Ken Owens e Aaron Shingler. Dietro, invece, sono da cassazione: Liam Williams, George North, Scott Williams, Andy Fenby, forse il meno fortunato dei quattro. È una linea di trequarti che, sarà il colore, delle maglie, sarà che sono gallesi, ma pare di avere davanti la Nazionale del Dragone. La ciliegina sulla torta si chiama Jonathan Davies, praticamente mostruoso. Gli Scarlets in campionato partono fortissimo, rifilano 45 punti all’esordio al Leinster, poi hanno una flessione invernale. Si riprendono e si presentano all’ultima giornata in quarta posizione con 4 punti di vantaggio sugli Ospreys, che però all’ultimo giro di valzer dovrebbero presentarsi a Dublino e vincere col bonus. Mettiamola così, manco gli All Blacks. Manca solo l’aritmetica, quindi, e l’avversario sulla carta non è neanche così imbattibile. Se non altro non può chiedere molto alla sua classifica.

Easterby però, tra i mugugni generali, non risparmia la pratica Treviso a nessuno dei titolari.

Cosa li mette in campo a fare, risparmiali per i playoff.

Lo dicono in tanti, nei forum gallesi.

Già, peccato che qualcuno si sia dimenticato che qualche centinaio di chilometri più giù, vicino a Venezia, un ex mediano di apertura Springboks abbia portato al suo apice un manipolo di giocatori di qualità, grintosi e vogliosi di far vedere all’Europa che quelli là, quelli che vivono nello Stivale, nel rugby contano qualcosina. Franco Smith allena a Treviso dal 2007, in Italia ha vinto qualsiasi cosa, anche da giocatore. Ma in Europa, soprattutto nei primi anni, sono scoppole da paura. Troppa differenza di qualità e di competitività dal vertice. Vittorio Munari, allora direttore generale, diceva che in certe partite bisognava scegliere: o perdere di 30 e perdere per infortunio due o tre giocatori, o perdere di 60 e “salvarsi”. Piano piano, però, le cose cambiano: si rende conto che potenzialmente ha una mischia di livello assoluto, ma l’impatto con il gotha europeo non può essere immediato: ci vogliono un paio di stagioni di rodaggio, condite da vittorie insperate e qualche sconfitta non preventivabile, ma all’alba della stagione 2012-2013 capisce che si può veramente osare: ci sono giocatori come Leonardo Ghiraldini e Alessandro Zanni che in Europa potrebbero essere titolari ovunque, un Robert Barbieri con una forma fisica e uno status mentale visti poche volte in pochi giocatori internazionali. Ma, soprattutto, un pacchetto di mischia e delle fasi statiche in certi momenti orgasmici. I primi 8 uomini, con l’aggiunta di Parisse, Mauro Bergamasco e Geldenhuys, saranno tra i grandi protagonisti del 6 Nazioni del 2013, ma intanto fanno piangere gli avversari in campionato. A questi vanno aggiunti un Francesco Minto di livello enorme e lo sbocciare completo di due centri come Luca Morisi e Michele Campagnaro, che là dietro cominciano a dare spettacolo insieme ad Alberto Sgarbi, anch’egli alla sua miglior stagione di sempre. A tutta la pattuglia italiana vanno aggiunti tre o quattro stranieri che, finalmente, sono di prim’ordine: tra i trequarti arrivano Christian Loamanu, già visto con la nazionale giapponese, e Doppies La Grange, centro sudafricano, forse il più forte tra i neoacquisti, ma perseguitato dagli infortuni. Non giocherà molto, ma quando metterà piede in campo lascerà sempre il segno. Davanti c’è il neozelandese Dean Budd, magari meno performante di altri in difesa (eh ma imparerà), ma un cavallo di razza in attacco e Jacobus Roux, pilone sudafricano, di gran lunga il meno forte della compagnia, ma comunque funzionale per tenere la panchina lunga e ben oliata. Roux è titolare a destra nell’ultima recita annuale, così come La Grange e Loamanu. Treviso parte male, al primo possesso Scarlets l’arbitro fischia e Owen Williams va per i pali, ma poi accelera: su una loro rimessa i gallesi non si intendono e Barbieri smanaccia la palla verso i suoi. La prende Zanni, che fa qualche passo con due uomini addosso, poi va a terra. Si rende conto che, nella selva di maglie rosse, c’è uno sprazzo del suo stesso colore. Serve il pallone, è Antonio Pavanello, che ha visto un buco e si è fiondato a velocità Mach 2. Pavanello corre una quarantina di metri, viene fermato a pochi centimetri dalla meta, ma a sua volta vede del bianco e del verde alla sua destra e ricicla il pallone. A ricevere c’è Robert Barbieri, praticamente inarrestabile se lanciato ai 5 metri dalla linea di meta. Burton trasforma. Nel primo tempo non è che succeda poi molto: tre calci di Williams danno l’impressione che gli Scarlets possano dilagare nella ripresa, ma per due volte Burton rispedisce al mittente la minaccia. La ripresa inzia senza praticamente soluzione di continuità, con Burton che fissa il punteggio sul 16 a 12. Qui gli Scarlets hanno un sussulto e attaccano pesantemente il fortino dei Leoni. Valerio Bernabò, per evitare il peggio, è costretto al fallo professionale, cosa punita col cartellino giallo. Passano un paio di giri d’orologio e ad accomodarsi fuori è Bees Roux, colpevole di aver fatto crollare una mischia. Uno, due. Uno dietro l’altro, in fila per uno col resto di uno. Cartellini. Gialli per fortuna, nessuna porta del non ritorno. Sì, ma 10 minuti in 14, per di più in una partita tirata, sono un’eternità che le omelie del sacerdote nelle domeniche mattina di primavera in confronto sono dei modesti monosillabi. Fate 10 minuti per due, che questa volta non fa venti. Dieci, dodici minuti in 13, se non hai le stimmate della grande squadra e/o se non vesti una maglia nera dotata di felce argentata di serie, sono letali. Soprattutto se sei una squadra italiana in terra straniera, dove ogni piccolo difetto, ogni piccola mancanza, storicamente la paghi il doppio. Al Parc y Scarlets non si è mai sfuggiti da questa logica. Cartellino? Lo paghi. Errore di foga quando la benzina sta per finire? Benissimo, bancomat o contanti?

Nessuna delle due.

Perché i padroni di casa vanno in touche per cercare il bersaglio grosso, ma perdono il possesso e Treviso si salva. È lunga, direte, dieci minuti e rotti con due uomini in meno è veramente come scalare un Galibier con le puntine da disegno disseminate per i tornanti. Solo che a muovere il tabellino è ancora Burton, 19 a 12. i Leoni prendono fiato, sanno che è ancora lunghissima. Solo che gli Scarlets, improvvisamente, escono del tutto dalla partita. Treviso se ne accorge e prova ad alzare il suo baricentro. Una lunga azione degli avanti si ferma sui 5 metri gallesi, poi la palla esce e arriva nelle mani di La Grange. È un attimo: la palla arriva subito fuori all’accorrente Vosawai, che nessuno si aspetta lì, sul filo della linea di touche. Vosawai è già di suo gigantesco, ha un braccio che è una gamba e una gamba le cui referenze sono custodite verosimilmente in un ufficio catasto, pensate voi cosa voglia dire fermarlo lì, quando sente odore di area di meta. Non è cosa, è 26 a 12, rientra Bernabò. Sugli spalti la gente tira fuori radioline e telefoni, vuole saperne di più su quel che sta succedendo a Dublino, su cosa stiano facendo gli Ospreys, perché l’aritmetica in quei frangenti è una disciplina molto rivalutabile.

Perdono netto? Bene. Rimettono via il tutto. Ciò che è chiaro è che in pochi prima del match si sarebbero aspettati una cosa del genere. Delle cose del genere, tra le tribune e nel rettangolo verde, perché quelli là, quelli vestiti di bianco e verde, mica hanno finito di dire la loro. Luca Morisi, appena entrato, deborda e si beve la difesa di casa, 33 a 12. Poi arriva Loamanu per il clamoroso punto di bonus. Termina le operazioni Burton, all’ultimo match con la maglia biancoverde, con un calcio da metà campo. A rincuorare un po’ i tifosi di casa ci penserà Liam Williams allo scadere, ma il 41 a 17 resta una ferita di quelle brutte e lunghe da cicatrizzare. A Treviso, invece, torna una squadra fortissima, magari non spettacolare come qualcuno vorrebbe, ma solida e devastante come forse solo un’altra grande Treviso, quella del 2004-2005, è riuscita ad essere. I tempi, purtroppo, cambieranno. Quella di fatto è una delle ultime grandi recite europee di un certo tipo di rugby italiano prima di un paio di stagioni buie che più buie non si poteva.

Una, due. Facciamo anche tre.

Non è detto che non ritorni.

Ci vorranno cuore, grinta, fasi statiche e uomini “giusti” al posto giusto.

Poi potremo tornare a sentire il silenzio assordante di qualche stadio gallese, inglese, quel che volete.

E qualche radiolina, improvvisamente, uscirà dalle tasche di chi non aveva fatto bene i conti con chi si trovava davanti.

L’anno del Leone

Ali nel vento

L’arte della fuga non è per tutti. No, non può esserlo. I primi a cadere nella trappola sono quelli che corrono meno, quelli ancora persuasi dall’idea che l’adattamento ad una situazione sia solo una barzelletta da raccontare a scuola. L’arte di muovere le gambe, di farle roteare, girare, frenare e ripartire non la impari a scuola. Lì semmai la alleni, impari a conviverci. Ma devi già esserne in possesso. Correre, volare, muoversi, fuggire sono cose che devi avere nel passaporto sin dal tuo primo giro di lancetta su questo pianeta. Che tu venga da Padova, dall’Africa Equatoriale o dalla vecchia San Pietroburgo, che tu sia nato nel 2017 o nel 1916, che tu ti chiami Mario Rossi o che tu prenda il cognome da uno dei più sacri fiumi russi, l’Obolensk, e il DNA nobile di una guardia a cavallo ai tempi dello Zar. Già, perché se ti chiami Alexander Obolensky ed hai un anno quando scoppia la Rivoluzione d’Ottobre, beh, devi sperare che qualcuno ti porti via da quelle latitudini e ti faccia respirare cieli più sicuri. Papà Sergej e mamma Luba optano per l’Inghilterra, a Muswell Hill, periferia nord di Londra. La famiglia è scossa, fuori dal suo contesto sovietico, ma finanziariamente non ha molto a che fare coi personaggi di Charles Dickens, quindi il giovane Alexander può tranquillamente progettarsi un futuro di un certo livello. Va a studiare al Trent College, dove dimostra di essere un ottimo studente ma un ancor più ottimo viveur: il ragazzo conosce bene i rudimenti dello champagne e delle ostriche, non disprezza le compagnie femminili, sa parlare discretamente in pubblico. Nel frattempo, tra le altre cose, decide di aprire la sua parentesi sportiva. Rugby, soprattutto. Al college i suoi allenatori si sono resi conto che quel biondino di sangue nobile ha delle gambe che da quelle parti non hanno visto molto spesso. Non è solo questione di velocità di base, il ragazzo è armonico in ogni suo movimento, non spreca energia cinetica in gesti inutili. Corre mettendo su quei pistoni una energia piena, ma allo stesso tempo elegante. Se non fosse stata necessaria la fuga del 1917 forse ora staremmo parlando di una stella di prima grandezza del Bolshoi, o di un noto modello per scultori e scalpellini. Bernini uno così lo avrebbe preso, gli avrebbe dato una fionda in mano e gli avrebbe detto “Ora non ti muovere, David”. Se ne rendono conto anche a Leicester. Quelli che un giorno diventeranno i Tigers lo vogliono a tutti i costi e lo otterranno nel 1934, a soli 18 anni. Lo mettono subito in prima squadra, rendendosi subito conto che un diciottenne con quella padronanza vitruviana del corpo doveva ancora passare di là. Quando nella terra del bardo si viene a sapere della presenza di un fenomeno del genere la Federazione vuole vederci chiaro. Sai mai, uno così con una rosa sul petto non dovrebbe star proprio male. Eh si, ma il problema è il passaporto, mica è nato a Newcastle il ragazzo. Già, equiparazioni e naturalizzazioni negli anni ’30 non sono ancora lontanamente state concepite. L’inghippo però lo risolve lo stesso Alexander, cominciando l’iter per diventare un cittadino inglese. Nel gennaio del 1936 le pratiche non sono ancora concluse, la vicenda è al centro di qualche controversia, ma non è che Obo ci faccia molto caso. Nemmeno quando lo avvicina tale Edward, ragazzo appassionato di Inghilterra e anche di rugby. Non è che calcherà troppi campi rettangolari, o meglio, non è dato saperlo più di tanto, ma l’Inghilterra lo chiamerà a svolgere mansioni di una certa rilevanza con il nome di Edoardo VIII. Non durerà molto, il suo amore per Wallis Simpson sarà più forte di trono e Chiesa Anglicana, ma questa è un’altra storia. Edward alla vigilia del match vuole conoscere i giocatori, si ferma a parlare con loro. Poi incrocia Obolensky. “Con quale diritto lei giocherà per l’Inghilterra?”. Vanno capiti, gli inglesi. Se hanno anche una sola mezza possibilità di farti capire che il loro pedigree è meglio del tuo, lo faranno. Due o tre volte, per non sbagliare. Obolensky lo guarda, fisso, senza alcun timore reverenziale. Poi esplode il colpo “Studio a Oxford, sir”. Sir. A un membro della Casa Reale. Not bad, really. Già, il nostro nobiluomo è un blue, giocherà anche un paio di Varsity Match. Ma ciò che più conta, dare del sir ad un Windsor in odor di corona è una mossa alla Obolensky: dritta, senza fronzoli. Diretta come solo un’ala in certi campi, di periferia e non. Edward se ne va, coda tra le gambe.

Ora sì che può pensare alla Nazionale e ai piani alti di Twickenham non vedono francamente l’ora, visto che da quelle parti il 4 gennaio arriveranno gli All Blacks. Lo mettono subito titolare, numero 14. Il numero ve lo diciamo perché, quel giorno, per molti minuti gli avversari  quella sarà l’unica cosa visibile dell’ala inglese, per avversari e spettatori. Dopo pochi minuti riceve palla al largo dal secondo centro Gerrard e accende i motori. Disegna una curva da duecentista consumato e si ferma solamente al di là della linea di meta. Non ci sono molti filmati dell’epoca, alcuni li raccoglie British Pathé, filiale francese di una delle più grosse società cinematografiche d’Europa. Obolensky sembra non andare mai a tutta, eppure quegli avversari seminati per strada sono i più forti che potesse incontrare. Per vedere una meta del genere, un corsa così e una serie di avversari infilzati da quella velocità, gli inglesi dovranno aspettare il 2010, anno in cui Chris Ashton si inventa uno sprint di 100 metri per stroncare i Wallabies. Sì, ok, ma volete mettere la grazia del volo di quel biondino in bianco e nero?

Più tardi Obolensky ne segna un’altra, forse ancora più bella. Riceve un passaggio molto rivedibile da Cranmer poco fuori dai 22 neozelandesi. Deve partire praticamente da fermo. Batte i piedi per terra, due volte, poi riparte verso sinistra. Trova una diagonale che coglie nel sonno tutti, avversari e non, portandolo a marcare una meta che fa praticamente venir giù tutto.e chi l’ha mai visto, nel 1936, un movimento del genere? Da dove è uscito questo? Ma chi è? Sta di fatto che per la prima volta nella Storia gli inglesi battono gli All Blacks grazie alle prodezze di un ventenne imberbe dalle gambe che sono praticamente due oggetti volanti non identificati. Non convincerà più molto i dirigenti inglesi, la sua avventura con la Nazionale dura solamente 4 caps, nonostante in un tour estivo in Sudamerica segni 17 mete alla Nazionale brasiliana in un 82 a 0 che, se fosse tradotto coi punteggi di oggi, sarebbe con agio il più grosso disastro sportivo della storia brasiliana. Non solo ovale. Sembra che nell’orizzonte del rugby inglese stia per apparire Hal Sever, già titolare col numero 11 contro i neozelandesi. Più forte, dicono. Tutta da vedere. Di sicuro più costante, visto che al buon Sever non è mai venuto in mente di mangiarsi una dozzina di ostriche prima di un match.

A Leicester invece se lo tengono stretto, almeno fino al 1939, quando Obolensky lascia tutto e si dichiara arruolabile. Non è un bel periodo per entrare nell’esercito, ma il biondo ha fatto la sua scelta. Viene destinato alla RAF, l’aeronautica inglese. Sembra una barzelletta, l’ala che fece impazzire gli inglesi e Twickenham a bordo di un aereo militare. Nel frattempo Hitler ha già invaso la Polonia e l’orrore di una guerra che doveva essere un blitz è già perpetrato in gran parte del continente europeo. Alla RAF viene detto di procedere con addestramenti su addestramenti, si teme che la Luftwaffe possa e voglia far fuoco da un momento all’altro.

Obolensky sale sul suo Hurricane L1946 e prende il volo.

Si trova bene nell’aria, nel movimento.

L’arte di muovere le gambe, le ruote, di farle roteare, girare, frenare e ripartire non la impari a scuola.

Correre, volare, muoversi, fuggire sono cose che devi avere nel passaporto sin dal tuo primo giro di lancetta su questo pianeta. Come quella volta che si scappò da un Impero giunto all’ultimo battito del suo anacronistico cuore. Come quando quei famosi All Blacks provarono pure a mettersi in scia, ma non riuscivano proprio a starci dietro. Come quando l’Hurricane L1946 decise che quella pista d’atterraggio non era un limite invalicabile. Oboloensky l’aveva detto più volte, il suo problema non era volare. No, non era quello. Temeva l’atterraggio, il contatto col terreno, il tornare a sgomitare con quelli “normali”.

L’aereo sentì di sicuro quella paura, ma non poté fare molto per accontentarlo.

Finì la sua corsa in un dirupo.

Obolensky fu trovato esanime, l’osso del collo rotto.

A 24 anni appena compiuti.

Età ottima per volare, molto meno per atterrare.

Ali nel vento

Le prime volte di Gareth

28 giugno 2004, lunedì pomeriggio. I Colts, oggi chiamati Baby All Blacks per semplicità (sono cambiate le fasce d’età), vincono il Mondiale di categoria in quel di Hughenden, poco fuori Glasgow. Quello neozelandese è un autentico squadrone, ci sono una coppia di centri come Ben Atiga e Luke McAllister, in mediana c’è Stephen Donald, in terza linea Jerome Kaino, davanti Ben Franks. Parliamo della panchina? Piri Weepu, Jimmy Gopperth, Hosea Gear. Straripanti. La partita la decide però Tony Koonwaiyou, ala di origine samoana di stanza ad Auckland. Segna tre mete, ma per via di un grave infortunio giocherà pochissimo nelle alte sfere del rugby neozelandese. In totale, se includiamo i calci di McAllister e le mete di Poff (già visto agli Wasps), Tii Paulo (Clermont e nazionale samoana) e Gear fanno 47 punti all’Irlanda, arrivata in finale un po’ a sorpresa ma in grado di disputare un torneo mai più ripetuto a livello under 21 ed eguagliato solo l’anno scorso a livello under 20. I verdi allenati da Mark McCall, non propriamente tra le squadre da battere, sconfiggono nell’ordine Tonga, Argentina e Francia. Poi fanno l’exploit e sconfiggono l’Australia di Drew Mitchell e Rocky Elsom. Anche quella irlandese è una bella squadretta: ci sono il monumentale Jamie Heaslip, il mediano di mischia Thomas O’Leary, Tommy Bowe all’ala, già stellina dell’Ulster a soli vent’anni dopo aver bruciato le tappe nell’Accademia.

Anche il numero 10, tra i giocatori più prolifici del torneo, viene dall’Irlanda del Nord, più precisamente da Dungannon, e come Bowe è parte stabile dell’Accademia dell’Ulster. Resta nell’Accademy fino al 2006, poi McCall, che da dopo quel Mondiale siede sulla panca della prima squadra e che ha appena vinto il titolo, lo ferma a fine allenamento:

“Ragazzo, Humphreys ha firmato per un paio di anni ancora.”

L’Humphreys che avete appena letto è il leggendario David Humphreys, che ha ormai ceduto lo scettro a Ronan O’Gara in Nazionale ma che a Ravenhill, alla bella età di 35 anni, non vuole saperne di smettere. Voi direte “Ok, ma quanto vuoi che duri? Ragazzo, porta pazienza e aspetta il tuo turno”. Sì, peccato che a Belfast ci siano anche Paul Steinmetz e Adam Larkin, neozelandesi già in orbita All Blacks e ancora in grado di dire la loro in un rettangolo verde. Avrà più fortuna il suo sostituto in quelle nazionali giovanili, scuola Leinster, che crescerà all’ombra di Felipe Contepomi. Si chiama Jonny Sexton, ma questa è un’altra storia.

Avere vent’anni, età più verde del verde d’Irlanda, quel talento, quelle gambe e rimanere nella cayenna dei campionati dilettantistici è obiettivamente uno spreco.

Ma che fare? Il ragazzino, ormai ventiduenne, segue il consiglio di André Bester, gigante sudafricano delle panchine e allenatore dei Belfast Harlequins nel campionato irlandese. Bester nel 2006 ha appena firmato con i Rotherham Titans, squadra di metà classifica della National Division One, (l’attuale Championship inglese) e chiede al ragazzo di seguirlo. No, nessuna retribuzione mostruosa, ma la certezza di un campionato di alto livello e in cui non si deve mai abbassare la guardia.

Il ragazzo, che si chiama Gareth Steenson, accetta quello che sembra un discreto salto nel vuoto.

E da qui inizia tutta un’altra storia.

Gli ci vogliono tre partite per togliere il posto a Mike Whitehead, apertura di ruolo che pareva intoccabile e che invece scala ad estremo. Il campionato è un testa a testa con la nobile decaduta Leeds, poi alla ventottesima giornata i Doncaster Knights espugnano il Clifton Lane, i Tykes vengono promossi in Premiership. Steenson però attira le attenzioni di molti club di categoria e finisce per passare ai Cornish Pirates. Ci resta per due anni, nella prima stagione è anche il top scorer del campionato, ma la squadra non decolla e arrivano due quinti posti. Il ragazzo ha un mirino al posto del piede, ma le somiglianze con i numeri 10 irlandesi che siete abituati a vedere ultimamente finiscono qui: il ragazzo attacca la linea che è un piacere, è ben lontano dall’essere un Ronan O’Gara o l’ultimo Jonny Sexton. A placcare non è un maestro e lo vedremo più avanti, ma come fa giocare i trequarti lui nessun irlandese al momento, in questo momento, riesce a farlo. Nel 2009 se ne va dalla Cornovaglia, lo chiamano a Exeter. I Chiefs hanno una storia ancora tutta da scrivere: non sono passati troppi anni da quando arrivavano dietro alla squadra della Polizia nelle serie inferiori, né da quando al Sandy Park si presentavano 250 persone, nemmeno tutte del posto. E però c’è voglia di emergere, voglia di far bene. C’è un nuovo allenatore, Paul Baxter, ex seconda linea e bandiera di casa, al debutto su una panchina. La squadra arriva seconda nella regular season dietro a Bristol e viene inserita nel girone A dei playoff. Al debutto i Chiefs si fanno sorprendere dal Nottingham, poi è una cavalcata trionfale. Al Sandy Park Steenson segna tre piazzati, la partita finisce 9 a 6 e il ritorno si preannuncia durissimo. Ditelo al buon Gareth però, che mette dentro 6 piazzati e due drop. Exeter vince e va nella massima serie inglese per la prima volta nella sua storia. E ci va per restarci, mettendo insieme una campagna acquisti stranieri magari non da prima pagina, ma molto intelligente e di grossa sostanza: arrivano negli anni il Puma Ignacio Mieres, il mitologico gallese Ceri Sweeney, il pilone gallese Thomas Francis, Fetu’ Vainikolo, Michele Campagnaro, la gigantesca seconda linea australiana Dean Mumm. Poco a poco arrivano anche alcuni vecchi mestieranti di lusso della Premiership come Geoff Parling, Julian Salvi e Thomas Waldrom. E piano piano fanno crescere due gioiellini che diventano ben presto dei fenomeni, per maggiori referenze leggersi i profili di Jack Nowell e Henry Slade. A loro aggiungete nel 2016 Ollie Devoto.  Poi ci sono i britannici poco profeti in patria, vedi il gallese Phil Dollman e l’irlandese Ian Whitten, tutta gente che dalle sue parti trovava poco spazio. E Gareth Steenson, chiaramente. Che in questi anni resta uno dei riconosciuti capisaldi della squadra e continua a macinare gioco e punti. Non trova riscontro però del suo successo in patria, dove quasi non viene calcolato. Arriverà una chiamata nel 2013 da Les Kiss, responsabile della difesa della Nazionale irlandese, in prospettiva ci sarebbe un tour negli Stati Uniti, ma poi non se ne fa nulla. Le stagioni si susseguono, i Chiefs non scendono mai oltre l’ottavo posto e debuttano in Europa. L’Heineken Cup è forse ancora indigesta per Exeter, ma al debutto a Dublino gli inglesi mettono in seria difficoltà il Leinster  di Jonny Sexton. Battono due volte gli Scarlets, poi devono soccombere davanti a Clermont, che negli anni si rivelerà la vera kryptonite degli uomini di Baxter. E di Gareth Steenson, che in un tremendo match al Sandy Park nel 2016 viene ripetutamente puntato dagli attacchi dei francesi.

Se lo sono studiato per bene, una volta tanto.

E imparano molto bene che se in attacco e dalla piazzola il ragazzo di Dungannon è a volte praticamente illegale in difesa paga dazio in modo pesante. Resterà così nella memoria il buco di Camille Lopez, non propriamente Jonah Lomu, e il suo scarico per la terza meta francese. Ma se per l’Europa i tempi non sono ancora maturi (arriverà comunque una semifinale in Challenge Cup nel 2015) la Premiership comincia a diventare grosso terreno di caccia: nel 2016 i Chiefs arrivano secondi nella regular season dietro alla corazzata Saracens e si giocano la semifinale per il titolo in casa contro gli Wasps, che sono un squadrone, ma che devono soccombere al piede di Steenson e a due mete tecniche. È finale, cose mai viste al Sandy Park. Tra loro e il titolo si parano però davanti ancora i Saracens, appena laureatisi campioni d’Europa e con molti giocatori nell’orbita della Nazionale inglese. E con un allenatore che si chiama Mark McCall. Ve lo ricordate? Proprio l’allenatore di Ulster nel 2006, quello che avvisò Steenson del prolungamento di contratto di Humphreys. Sarebbe tanto bello portarla a casa, ‘sta partita. Solo che il primo tempo è una carneficina, 23 a 6, tanto per far capire chi comanda. Nella ripresa però capita quel che non ti aspetti: spaventosa maul che atterra dopo la linea di meta, poi magia di Nowell al largo. 23 a 20 con 7 minuti ancora da giocare. Solo che loro sono i Saracens e la mettono a posto da par loro: meta di Goode e ciao titolo. Gareth Steenson è il top scorer del campionato, ma non basta. Come quella volta in championship.

Ci riprovano l’anno dopo, però: nella regular season arrivano primi ex-aequo con i London Wasps, ma sono secondi nella classifica avulsa, quindi toccano di nuovo i Saracens, che per non farsi mancare nulla si sono laureati ancora campioni d’Europa. Anche i Chiefs hanno giocato in Champions, fuori nel girone ma non è tutto qui: i sorteggi regalano a Gareth un viaggio a Belfast e un doppio match contro Ulster, la “sua” casa. Al Kingspan Stadium segna il drop del vantaggio a tre dal termine, ma Paddy Jackson replica un minuto dopo e gli vieta di vincere a casa sua. Poco male, al Sandy Park i padroni di casa vinceranno largo e arriveranno davanti a loro in classifica. Per blasone e rosa la sfida sembra avere ancora un grosso favorito, ma al Sandy Park, in una giornata con un vento che ve lo regalo, i Chiefs vanno avanti 13 a 6 con 8 punti di Steenson e una meta di Nowell. I Saracens, che nel corso del primo tempo hanno perso Ashton e Rhodes, raddrizzano la baracca con le mete di Wyles e di Ellery in caduta libera. Sembra fatta, ma un enorme calcio di Slade trova una touche ai 5 metri. Già le fasi statiche di Exeter sono tanta roba, immaginate cosa può succedere in questi frangenti, a un minuto dal termine e da una possibile finale. Vanno dentro tutti, ma proprio tutti, mentre il Sandy Park si candida per una nuova ristrutturazione. In finale ci sono le Vespe, i London Wasps, che vanno subito sotto con due mete di Nowell e Dollman. Sembra la volta buona per i Chiefs e per Steenson, che sta vivendo un suo personale dramma. Non dorme e non mangia da praticamente due giorni per il nervoso, sente che non avrà poi molte altre chance a questo livello.

In campo, però, non sembra accorgersene nessuno, visto che non sbaglia un colpo che sia uno.

Twickenham ribolle, i Wasps rimontano con le mete di Gopperth e Daly e vanno avanti 20 a 14. I londinesi sono uno squadrone, non basta avere dei mostri sacri come Haskell o Launchbury, questi possono schierare contemporaneamente due mediani incredibili per talento e genio come Danny Cipriani e Jimmy Gopperth. Quel Jimmy Gopperth, quello che era in campo a Hughenden quel giorno. Possono mettere dentro un Josh Bassett all’ala, tanto c’hanno Wade e Willie Le Roux a completare il triangolo allargato. Eppure soffrono. I Chiefs si riportano in parità con due calci di Steenson, poi si va ai supplementari. Le forze calano, ma da una mischia ai 5 metri i giallo neri cadono, Steenson calcia i tre punti tra i pali a due minuti dal termine dei tempi supplementari. A calciare la palla fuori è Michele Campagnaro, gli Exeter Chiefs sono campioni per la prima volta nella loro storia. A Twickenham festeggia una squadra che fino a trent’anni fa lottava per finire il campionato davanti alle squadre delle Forze dell’Ordine e con 250 spettatori sugli spalti. E festeggia un ragazzo di 33 anni che in Irlanda nessuno ha voluto da giovane. Un ragazzo che dopo una gavetta da raccontare ai nipoti  ha vinto quello che è uno dei due campionati più difficili e competitivi d’Europa. Un ragazzo con un piede e un gioco che in Irlanda, potete guardare bene, al momento, in questo momento, nessuno ha. Passato attraverso le botte e i talenti dispersi nella seconda serie inglese, e poi dal Purgatorio al Paradiso della Premiership. Tra pali visti bene sin da giovane in quel di Dungannon, difese varie squarciate a più riprese e Dublino e Belfast tremanti davanti a uno dei figli a cui hanno deciso di non tenere a casa. Dall’haka dei Colts vestiti di nero al trionfo a Twickenham con la maglietta dei Chiefs, quasi completamente bianca.

Mancherebbe giusto il verde d’Irlanda. Gareth però, ogni tanto, guarda il suo stadio, il prato dentro e fuori le righe bianche. Lo riconosce sia quando è vuoto sia quando è straripante per tifo e supporto. E, forse, in quei momenti pensa che quel verde sia la cosa migliore che gli sia mai capitata, dopo anni di prime volte.

Le prime volte di Gareth