End of games

“Frattura vertebrale”. Il referto medico è quanto di più crudo e duro ci possa essere. “Frattura vertebrale”. È la terza in una carriera, quella decisiva. Pat decide che finisce qua, fischio finale. È la cosa giusta da fare, dice, ti sei rotto il collo tre volte e cammini ancora, non puoi sfidare ulteriormente la sorte.

Sì, ma avete presente quanto deve essere pesata una decisione del genere? È il 26 agosto 2014, Pat veste un collare e la tuta dei Wallabies. È l’ultima tuta dei Wallabies che veste, almeno da giocatore. Poi, accompagnata a delle pantofole, la sua discreta figura la farà, ma non sarà più la stessa cosa. 26 anni non sono molti per appendere le scarpe al chiodo, ma qualche soddisfazione Pat McCabe, professione trequarti, se l’è presa nei suoi anni da professionista. È arrivato terzo ad una Coppa del Mondo under 19, è passato professionista con i Brumbies, è arrivato in Nazionale. E dire che non è facile emergere in Australia. Soprattutto se sei un trequarti. Soprattutto se la generazione a cui appartieni è bella densa di giocatori dal talento spropositato. Qualche nome? Quade Cooper, James O’Connor, Kurtley Beale, Nick Cummins. Mat Toomua, tanto per rimanere in casa dei cavalli selvatici. Tutta gente che dà del tu al pallone quando e come vuole. Tutta gente che potrebbe mettere a disposizione il fosforo e i garretti di cui dispone in qualsiasi ruolo, là dietro. A parte “Honey Badger” Cummins, che è ala purosangue e una furia in quanto a velocità e fame di mete. McCabe non ha la tomaia canterina. È veloce, ma in progressione, senza avere il cambio di velocità di altri (Adam Ashley Cooper, Digby Ioane). Non ha la visione di gioco per essere un playmaker aggiunto. Almeno, non ai livelli dei dirimpettai qui sopra. Fisicamente è buono, ma non super: guardatevi Kuridrani, o la compattezza di Ashley-Cooper. No, niente di tutto questo: Pat McCabe, se dovessimo ordinare i trequarti australiani per talento forse non sarebbe tra i primi della classifica. Ma fidatevi, uno così ce lo terremmo ben stretto. Perché? Semplice: esiste. Sono 96 chili di muscoli che si piegano, stantuffano e rimandano al mittente qualsiasi offensiva avversaria. È una macchina da placcaggi, solido da far spavento in difesa. E dedito al sacrificio, perché sono poche le volte in cui la sua maglia non si è colorata del rosso del suo sangue. Di lì non passa nessuno. Se ne rendono conto i Brumbies. E se ne rende conto ben presto anche il commissario tecnico, il famigerato Robbie Deans. Che è neozelandese, quindi con gli australiani già di primo acchito va bene, ma non benissimo. Deans non è molto amato dai tifosi, gli imputano l’incapacità di vincere “bene” nonostante l’ultima generazione sia pervasa da una dose sconsiderata di talento. Lo spettacolo è un’altra cosa, dicono. Certo, ma il ct ha una certa idea in mente: chiaro che volendo potrebbe schierare una linea di trequarti composta da fiorettisti, tutti gran piede e gran talento, ma poi chi si sporca le mani in difesa? Chi puntella il tutto quando l’avversario attacca la linea? E allora Pat McCabe in Nazionale ci sta eccome. Debutta contro l’Italia a Firenze nel 2010, solo pochi minuti, il debutto da titolare arriverà nel 2011 contro Samoa: è una carneficina, Giteau e compagni giocano una partita orrenda, sempre in balia della fisicità isolana. L’unico a salvarsi in quel macello è McCabe, l’unico a placcare in avanzamento i samoani. Si perde, perché è giusto perderla una partita del genere, poi però i Wallabies cambiano passo e vincono il Tri Nations, candidandosi di fatto a giocarsi un posto al sole alla Coppa del Mondo. Pat è il vero eroe contro gli Springboks il 13 agosto, una meta (l’unica dell’incontro) e 11 placcaggi stampati per espugnare Durban. Ne butta giù altri 12 contro gli All Blacks il 27 agosto, poi è Coppa del Mondo. I Wallabies vincono bene con l’Italia, Russia e Stati Uniti, perdono però contro l’Irlanda di un gigantesco O’Brien e di una mischia monumentale. McCabe si procura una sublussazione alla spalla contro gli americani ed è in forse per i quarti di finale. Poi però ce la fa e va a sfidare ancora gli Springboks. E fa ancora malissimo ai sudafricani: va dritto per dritto, assorbe un avversario, si gira e serve Horwill che schiaccia. I sudafricani schiacciano i Wallabies nella loro metà campo e le cifre sono eloquenti: più del 70% di possesso palla, mischie su mischie, fasi su fasi. Ma sono inconcludenti, ad un certo punto viene anche il braccino, fanno solo 9 punti. In difesa è una battaglia senza quartiere, ma gli australiani vanno in semifinale riuscendo per la seconda volta in un mese a battere i sudafricani sul loro campo: sulla sfida corpo a corpo, in quelle che gli inglesi chiamano ugly win. Contro gli All Blacks si esce (e chi non esce contro quegli All Blacks?), ma si arriva terzi vincendo col Galles. La meta decisiva è di McCabe, dritto per dritto in mezzo ai pali e medaglia di bronzo al collo. Deans in qualche modo la sua scommessa la vince e da questo momento, se possibile, Pat migliora ancora. Il talento non te lo puoi inventare da un giorno all’altro, né puoi migliorare l’impatto fisico riempiendo di muscoli la carrozzeria a 23 anni, ma qualcosa fa. In attacco lavora sugli angoli di corsa e comincia a passare la palla con più costrutto. In difesa no. È sempre una perpetua falciatrice. Ai Brumbies nel frattempo arriva Jake White, uno che un minimo di rugby lo ha visto, e come fa un sudafricano a non innamorarsi di un centro del genere? Non ne vedeva uno così là in mezzo dai tempi di Dewet Barry. Diventa uno dei cardini della franchigia di Sidney, poi anche della Nazionale, dove piano piano diventa un leader by example, sempre a placcare, sempre a fermale l’avversario, con le buone o con la maglia rossa di sangue. E anche con qualche osso rotto.

Il collo se lo rompe tre volte, una contro i Lions, nel 2013. Gatland scatena la sua Warrenball e i trequarti australiani cadono uno dopo l’altro. Il primo test è emblematico: Leali’ifano dura pochi secondi, Barnes e McCabe poco di più. Vertebra cervicale rotta, ciao finale di stagione. Torna nel 2014, segna una meta contro la Francia a giugno, poi gioca da ala contro gli All Blacks in due incontri: nel secondo match abbandona il campo all’ora di gioco. Il referto medico è quanto di più crudo e duro ci possa essere “Frattura vertebrale”. È la terza in una carriera, quella decisiva. Pat decide che finisce qua, fischio finale. 26 anni sono pochi per appendere le scarpe al chiodo, pochi per mettersi addosso un paio di pantofole, pochi per farsi al massimo un po’ di jogging per tenersi in forma. Questa storia, sapete, sembra dire che forse non ne vale la pena, forse dare tutto per quel che si ama fa bruciare la nostra candela il doppio delle altre, consumandoci nella metà del tempo. No, non pensatela così, se potete. Perché a fare i padri di famiglia, a fare quelli che si limitano a prescindere magari salvate la pelle, ma vi accontenterete, nella vostra esistenza e nella vostra carriera, di un brodino. Buono quanto volete, ma scarno. Perché a dare tutto si arriva in Nazionale e ce la si gioca con gente dal talento cristallino. Si fanno innamorare coach che qualcosa in carriera l’hanno vinto. Si dà una speranza a chi Madre Natura l’ha calcolato fino ad un certo punto. Si dà una speranza a chi gli attributi ce li mette sempre, in qualsiasi ambito.

Perché ogni tanto il talento si abbina bene (molto bene) ad un bel paio di attributi.

Pat McCabe ne aveva, e ne ha, un paio di belli grossi. Ovali.

E li ha vestiti di tutto il coraggio che ha saputo sfoggiare.

Se passate a trovarlo parlategli di rugby.

E magari fateci sapere se gli sarebbe piaciuto un brodino, quella volta.

Occhio, dicono sia ancora in grado di placcare.

End of games

Il Mondiale visto da laggiù

Eden Park, Auckland. Capita che uno stadio adibito al rugby venga chiamato come il famoso giardino da cui Adamo ed Eva vennero tagliati al termine della stagione gloriosa più corta di sempre. Capita quando quel che succede tra le tribune e tra le righe bianche è letteralmente di un altro mondo. Non per tutti gli umani, almeno, 30 alla volta e di dispari valore, dal fenomeno al divino o giù di lì. Sugli spalti sono un po’ di più, si superano di poco i 60000. Non troppo spesso, ma capita. Succede il 16 ottobre del 2011, succede quando a scontrarsi sono All Blacks e Wallabies, succede quando il premio per chi sta tra le linee è il passaggio alla finale della Coppa del Mondo. Chi è seduto vince invece un posto invidiabile per la più bella messa cantata che il mondo ovale conosca. Non è per tutti lo spettacolo in campo, con le terze linee in nero praticamente onnipresenti, non è per tutti nemmeno quello che capita in tribuna. Tutti o quasi ad applaudire e sfottersi, tutti (senza quasi) a bersi birre su birre alla salute dell’avversario.

Più di sessantamila spettatori assiepati a vivere quegli 80 minuti. Intrecci di vite ovunque. C’è chi è stato mollato dalla morosa e ha deciso di spostare il peso un’ora e venti avanti. C’è chi doveva essere a lavoro e rifugge le telecamere, hai visto mai. C’è chi vede la partita, l’attesa, le panchine che fremono ogni due per tre, e sogna di far parte di tutto quel paradiso. Bambini, tanti. Adolescenti, come no. Altri, meno, ma ce ne sono. Michael ingolla una birra e ammira il tutto. 26 anni, un passato da rugbista di belle speranze, un presente che di ovale ha poco più delle parentesi. Futuro? Televisione, forse. Cavolo però se sarebbe bello essere là sotto..Michael viene da Hawera, distretto di Taranaki, 400 chilometri dall’Eden, inteso come lo stadio di cui sopra. Non è un paese scevro dal rugby, da qui vengono Sua Maestà Conrad Smith e Kieran Crowley, ex All Black sulla panchina del Canada. Michael è tornato al paese da poco per stare vicino al padre malato, ma ha deciso che il Mondiale un po’ se lo vuole godere. Si è già goduto un dimenticabile Stati Uniti-Russia al New Plymouth Stadium, a pochi passi da casa sua, ma vuoi mettere gli All Blacks? Vuoi mettere la maglia nera e la felce argentata? Vuoi mettere l’haka? Beve ancora un po’ della sua birra, ma vorrebbe essere lì in campo, magari al posto di Aaron Cruden, apertura come lui. Ad aprire, a calciare, a lanciare il gioco. Come Cruden, in fondo. Certo, livelli un po’ diversi, ma pure all’Eltham-Kaponga, squadra amatoriale vicino a casa, c’è una bella maglia numero 10 con cui divertirsi e giocarsela il più possibile nella stanza dei bottoni. Ma vuoi mettere il Mondiale? Michael esulta un po’ alla fine del match, gli All Blacks sono in finale, poi torna a casa e torna a poco a poco alla routine quotidiana. Sogni da annacquare poco alla volta con la difficile vita dell’istruttore di palestra, tra fighetti che si fanno i selfie e maniaci dei beveroni. Da dissolvere nella realtà.

Come d’altronde tutti i sessantamila e passa ammessi al giardino dell’Eden.

Beh, ecco, non proprio. Perché il treno di Michael, quello vero, deve ancora arrivare in stazione. Lo farà di lì a poco, a 2012 inoltrato, e ha la forma di un annuncio. Qualcuno cerca casa? Qualcuno cerca lavoro? No. C’è una squadra del massimo campionato nazionale romeno che cerca giocatori stranieri, livello di gioco minimo richiesto NPC B. La squadra se la gioca per il titolo nazionale, in più ci sarebbe la possibilità, previa buone prestazioni nel torneo, di guadagnarsi un posto nella franchigia che gioca nella seconda coppa europea. Michael per prima cosa va a vedersi dove diavolo sia questa Romania, perché va bene che australiani e neozelandesi tendono a viaggiare parecchio, ma si parla pur sempre di un discreto numero di chilometri. Poi risponde con due mail. Illuso, direte voi, l’Eltham-Kaponga non risponde certo a quei prerequisiti. Ovvio che no, ma Northland e North Harbour, che sono di altro livello, il cognome Wiringi se lo ricordano bene, il ragazzo ha le referenze. Eccome se le ha. E se ne accorgono pure in Romania, da dove guardano curriculum, prendono in mano il telefono nel tempo in cui Chris Ashton mette i flap nell’area di meta avversaria e gli rispondono: “Ragazzo, prendi il primo volo e passa a firmare, per piacere.” Destinazione Baia Mare, che per uno abituato alle coste neozelandesi è un pianto. 50 chilometri dal confine ucraino, 70 da quello ungherese. Una squadra effettivamente competitiva per il titolo e un popolo gentile e appassionato.

La Federazione però non è del tutto d’accordo: “Ma come 27 anni? Più giovani non ce n’erano?”

Non perché non possa far bene, intendiamoci: Wiringi a livello nazionale è un bel crack, fa la differenza a più riprese. Nulla di fenomenale, ma ordinato e preciso al punto giusto. Non un cecchino al piede, per carità, ma nemmeno da buttare. Nella nostra Eccellenza sarebbe titolare ovunque. Il posto nella franchigia se lo prende quasi a furor di popolo. No, non è questo: la Federazione si è resa conto che la Nazionale ha la coperta parecchio corta in diversi ruoli e allora ha deciso di optare per qualche equiparazione. Una cosa fatta bene però, nessuna importazione selvaggia di giocatori a buon mercato e dal valore rivedibile. I prescelti dovrebbero però, nei piani della Federazione, essere in grado di concorrere non solamente per il Mondiale del 2015, ma anche per quelli successivi. O almeno provare ad esserci, possibilmente in buona forma fisica. Michael arriverebbe al Mondiale del 2019 con 34 anni sul passaporto, ergo va bene, ma non benissimo. Però se lo tengono stretto: Baia Mare vince il titolo nel 2014, presto arriva anche la convocazione nella franchigia di Bucarest. In Europa la selezione romena si fa rispettare: tra 2012 e 2013 a Bucarest cadono Calvisano e Agen, nel 2014 lo Stade Français per poco ci lascia le penne. E nel 2015 arriva l’eleggibilità per la Nazionale romena, qualificatasi nel frattempo per i Mondiali inglesi. Il debutto è previsto contro l’Argentina A in un match valevole per la Nations Cup, Michael parte titolare. Non è lui a calciare, ci pensa Florin Vlaicu, uno dei più pericolosi rivali per il posto da titolare, spostato a centro. I romeni vincono 23 a 0 e si aggiudicano il trofeo, poi è tempo di andare in Inghilterra. Lynn Howells, selezionatore gallese già collaboratore di Graham Henry ai tempi del Galles, scommette una bella serie di birre con i suoi giocatori su una o più vittorie nel girone: il match cerchiato in rosso è quello contro il Canada, la squadra più debole del lotto. Sembra fosse previsto un bonus in caso di vittoria contro l’Italia, eterno riferimento del rugby romeno, ma non è dato sapere quale mai sia stata la posta in palio. Howells comunque convoca Wiringi e lo schiera titolare nel debutto contro la Nazionale irlandese. Con lui altri due equiparati: il centro tongano Kinikinilau e la seconda linea sudafricana Johann Van Heerden. Wembley per il mondo ovale non è Eden Park, ma fanno comunque quasi 90000 spettatori. L’Irlanda ci mette un po’ per carburare, poi per Mike e compagni è buio pesto, finisce 44 a 10. Contro la Francia non va diversamente, poi arriva il Canada. A Leicester, casa dei Tigers, i canadesi hanno dei trequarti che corrono come moto. Segnano due mete, vanno avanti 15 a 0. Poi però salgono in cattedra i primi 8 uomini romeni. Due maul stratosferiche, due ovali schiacciati, la Romania torna sotto. E sorpassa a 3 minuti dal termine con un calcio di Vlaicu. Howells paga da bere a tutti, ma nemmeno troppo, visto che nell’ultimo match si deve affrontare l’Italia a Exeter. Gli azzurri sono più forti davanti e si vede, Mike esce ad inizio secondo tempo senza aver brillato o fatto brillare i suoi. Non bastano due mete negli ultimi 10 minuti per ribaltare la partita, ma si torna a casa avendo fatto comunque parlare di sé. Grazie alle birre del coach, a una mischia letale contro il Canada e a un Florin Surugiu, mediano di mischia, che fa cosa enorme chiedendo la mano alla fidanzata allo Stadium di Londra a fine match (provateci voi!). Michael saluta tutti o quasi, sa quasi per certo che non giocherà più con le Querce: l’esperimento ha funzionato, arrivano sempre più giocatori stranieri, ci sono già un paio di aperture dell’emisfero sud di ottimo livello e più giovani. Si beve una birra, si gode lo spettacolo. Forse torna a quattro anni prima, tra i sessantamila e passa dell’Eden Park. Non era per tutti lo spettacolo in campo, con le terze linee in nero praticamente onnipresenti, non era per tutti nemmeno quello che capita in tribuna. Tutti o quasi ad applaudire e sfottersi, tutti (senza quasi) a bersi birre su birre alla salute dell’avversario. No, non era per tutti la Coppa del Mondo di Rugby. Non lo è mai stata. Per lui, per Michael Wiringi, ha tenuto un posto da titolare. Per poco, magari non in primissima fila, ma gliel’ha tenuto. Un posto distante dall’haka e dalla felce argentata all’altezza del cuore, distante dalla maglia numero 10 dell’Eltham-Kaponga, ma a poca strada da quell’odore di placcaggi, sudore e birra che non scambieresti con nient’altro al mondo, neanche forse con quello da spettatore di una messa ovale cantata.

Il treno passa, l’importante è salirci, guardare il panorama. Michael Wiringi da Hawera, contea di Taranaki, ce l’ha fatta. E sì, non sarà l’Eden Park, ma la vista da laggiù è veramente fantastica.

Il Mondiale visto da laggiù

Eroi nel fango

Quando McLean cincischia su un pallone alto e a malapena riesce a smanacciarlo all’indietro in tanti si arrendono all’evidenza. Loro sono più forti, i nostri hanno fatto il possibile. Come la stragrande maggioranza delle volte. Il possibile significa, in molti di questi casi, tenere il punto di rottura del match il più lontano possibile, mettere in ghiaccio e al rallentatore la partita, soprattutto se chi è dall’altra parte tende ad avere una cilindrata superiore. Magari segnare gli ultimi punti del match, magari con l’uomo più forte che hai a disposizione. Sconfitte onorevoli, le chiamano. E però con meno di due minuti da giocare, con l’ovale a 70 metri circa dalla linea di meta avversaria e con pioggia e fango che mordono le caviglie la strada è complicata.

Fango, fango ovunque. Piove da giorni a Treviso e dintorni. Il freddo e l’umidità fanno il resto. Il campo, a prima vista, sembra dignitoso. Sembra. Poco a poco il terreno si disunisce, il verde lascia lo spazio a colori d’altri tempi, a terra e acqua mischiati a sudore e fiatoni di varia provenienza. Bene, dicono in tanti, il gioco della Benetton sembra fatto apposta per questi terreni: una mischia spaventosa per potenza e per ricambi in panchina, una maul che macina metri ogni volta che si forma. E bene perché si gioca a Monigo, che nella stagione del Signore 2012-2013 è praticamente Fort Knox. Solo due squadre sono riuscite a portare a casa la vittoria: il Leinster, ma solo con una gemma di Jonny Sexton a tempo praticamente scaduto, e Glasgow, nell’unica vera giornataccia trevigiana in Italia. Per il resto pagano tutte. Compresi gli Ospreys, i falchi pellegrini di Swansea, detentori del Pro12 e già sconfitti ad agosto alla prima giornata. Ora i gallesi tornano per l’ultima giornata di Heineken Cup, il match ai fini della qualificazione è inutile, nessuno ha più nulla da chiedere al torneo. Si, certo, ma provate a dire ai 30 in campo che non serve poi impegnarsi molto. No no, questi scendono in campo per vincere. Possibilmente nel modo migliore possibile.

Gli Ospreys non stanno vivendo la loro miglior stagione. È vero, solo in maggio avevano espugnato a sorpresa Dublino, mai due grandi protagonisti di quella finale, Shane Williams e Tommy Bowe, hanno cambiato maglia. Ci sono un sacco di giovani già pronti per essere titolari, ma non può essere la stessa cosa. Non subito, almeno. La squadra che si presenta a Treviso, però, è sulla carta fortissima: Duncan e Adam Jones piloni, Tipuric e Bearman in terza, Dan Biggar e Fotuali’i in mediana. Biggar è un autentico fenomeno, ha un trattamento dell’ovale che in pochi hanno o hanno avuto a questi livelli, ma Gatland sembra non accorgersene, chiamando in Nazionale quasi esclusivamente Priestland. Si ricrederà, oh se si ricrederà, quando il buon Dan dimostrerà di avere delle incontestabili doti naturali di leader. Fotuali’i è semplicemente, insieme a Ruan “Von Karajan” Pienaar, il più grande numero 9 dell’emisfero sud visto in Europa negli ultimi 15 anni. No, questi non sono venuti in gita. Franco Smith sfoggia invece una squadra completamente italiana. L’unico non convocabile in Nazionale è Ludovico Nitoglia, e non certo per bizze di allenatori o perché risultato di una panchina risicata. Alla vigilia si infortuna però capitan Antonio Pavanello, in campo al suo posto va Bernabò. I Leoni sono praticamente lo scheletro della Nazionale che, di lì a due settimane, sconfiggerà i francesi all’Olimpico. Ci sono Rizzo e Cittadini in prima linea, Burton e Gori in mediana, Sgarbi centro. E una terza linea mostruosa che per quantità e spirito gladiatorio ha un leader obbligatoriamente riconosciuto in Alessandro Zanni, mai più visto (purtroppo) in quelle condizioni fisiche.

Maglia azzurra e verde la Benetton, maglia nera gli Ospreys. Ve lo diciamo perché, da qui in avanti, il colore delle maglie viene democraticamente coperto dal fango. Giacomo Casanova, che da queste parti battezzava pur non essendo necessariamente un uomo di chiesa, diceva che nel fango si può vincere o perdere, ma in ogni caso si resta imbrattati. È questo il destino dei 30 in campo, che già dopo pochi minuti sono grigi chiari contro grigi scuri. Altri tempi. La partita è per palati fini, non c’è  troppo spazio per corse scapigliate, azioni ostinate alla mano e giocate ariose. Sono mischie, raggruppamenti, maul. Parte meglio la Benetton con una bella folata di Gori, i gallesi fanno fallo, Burton centra i pali. Biggar pareggia e sorpassa. Gli Ospreys attaccano di più, giocano meglio al piede, ma la difesa di casa tiene bene gli impatti gallesi e li costringe più volte all’errore. Questo passaggio è fondamentale: gli Ospreys, per quanto indeboliti dalle cessioni, hanno un parco trequarti che fa paura, reparto che se innescato potrebbe far danni seri a qualunque difesa. Gli uomini di Smith fanno tutto quel che devono fare: rallentano il gioco e fanno uscire palloni lenti. Capobranco in molti di questi casi è Francesco Minto, che finché ha varcato i cieli azzurri e trevigiani come seconda linea ha dato prova di essere un mastino strabordante. Quando si va in attacco, purtroppo, è un pianto: gli avanti stanno sì facendo un partitone, ma la gestione al piede è quantomeno deficitaria. È un peccato, perché la maul ogni volta fa strada e i primi 5 uomini in mischia sono fermati (e nemmeno sempre) dal partitone del vecchio Duncan Jones a sinistra. Il primo tempo finisce 6 a 3 per i gallesi, che nella ripresa si scuotono e assaltano con ancora più veemenza la linea di meta dei padroni di casa. La difesa della Benetton è eroica: sugli scudi ci sono ancora Minto, Zanni, Barbieri, Sgarbi. E pure Paul Derbyshire, uno dei talenti più grossi mai visti dalle nostre parti, qualità seconda solo a Parisse, ma un fisico non sempre roccioso e quasi mai baciato dalla sorte. Ma sono tutti pronti: Fotuali’i trova un varco e piomba sulla linea di meta, ma Nitoglia si immola e tiene alta la palla. Niente, non trovano sbocchi, e allora bisogna aspettare le prime sbavature. Fuorigioco trevigiano nei 22, Biggar centra i pali con un drop. Gesto atletico mica da ridere, visto il terreno. Treviso accusa il colpo e si disunisce, Burton libera un bruttissimo pallone al piede, la palla arriva a John, ala gallese. I Leoni sono schierati male, non hanno il tempo di rischiararsi, e intanto l’ovale arriva ad Isaacs, che schiaccia in bandierina la prima meta del match. 14 a 3, Biggar non trasforma, ma un paio di minuti dopo crea un buco e guadagna 60 metri tra corsa e calcio. I gallesi, molto più scafati a livello internazionale, sono maestri nel mettere il coltello nella piaga in queste occasioni, ma il campo livella i valori in campo e non permette loro di librarsi in volo. Il fango è democratico. La stanchezza si fa sentire, cominciano i cambi. Duncan Jones lascia il posto a Bevington, che non può proprio ripetere il partitone del suo dirimpettaio. Gli Ospreys si rendono conto che il match lo possono ancora perdere, visto che i padroni di casa hanno una intera prima linea di riserva dello stesso valore di quella titolare. In più Smith mette in campo Semenzato, mediano più fresco, ma senza privarsi delle gambe di Gori, spostato all’ala. È una tattica che riesce a meraviglia a Smith in campionato, quella del doppio 9 in campo, di solito con Botes tra i trequarti. E funziona anche questa volta. All’altra ala si mette Andrea Pratichetti, il meno giovane dei due fratelli, nella Marca dicono sia quello più bravo. Fatto sta che la Benetton alza i ritmi della contesa, cosa alquanto improba con quel campo, e soprattutto prende il sopravvento in chiusa. La maul, se possibile, fa ancora più strada rispetto al primo tempo, e solo un sacrificio plurimo gallese ferma i Leoni a centimetri dalla meta. Sono mischie a ripetizione, in una di queste Semenzato si fa pure sfuggire il pallone tra le gambe, con Fotuali’i e Biggar che ridono, ma non è avanti. Fidatevi, da qui in avanti i denti i gallesi non li mostreranno più. Dall’ennesima spinta trevigiana parte Budd, fermato. Dal nulla spunta Zanni, che raccoglie e carica. Biggar lo porta giù, ma non lo tiene fino all’ultimo, con il numero 7 della Benetton che schiaccia. Monigo, silente per quasi tutti i 70 minuti, si anima. Parte il consueto “Leoni Leoni”, ancora non al massimo dei giri ma l’acustica aiuta. Gli Ospreys capiscono che devono chiudere il match. O almeno silenziarlo. Treviso invece, con 4 minuti ancora da giocare, si rende conto di avere ancora una speranziella. Oh, i Tigers e Tolosa venuti qui con fior di rose non hanno passeggiato, vuoi che questi non debbano sputare i polmoni?

Si buttano in avanti, ma a due dal termine c’è una mischia Ospreys a metà campo, Fotuali’i calcia nel box e manda in caccia i suoi, semplice ed efficace. McLean, cresciuto tantissimo negli ultimi 20 minuti, non riesce a prendere la palla al volo. E quando ci si rende conto che uno dei re delle palle alte quel pallone a malapena riesce a smanacciarlo all’indietro in tanti in tribuna coperta si arrendono all’evidenza. Loro sono più forti, i nostri hanno fatto il possibile. Il possibile significa, in molti di questi casi, tenere il punto di rottura del match. Magari segnare gli ultimi punti del match, magari con l’uomo più forte che hai a disposizione. Sconfitte onorevoli, le chiamano. Sì, ma intanto per l’ovale ballerino si sacrifica Sgarbi e si riparte da poco fuori i 22 trevigiani. Perché la sconfitta, onorevole o non onorevole, si lascia decretare al fischio finale. Al limite. Raggruppamenti minimali, palla fuori. Rouyet, Burton, pochi centimetri guadagnati. La palla arriva a Minto, arriva una fiammata, un placcaggio rotto e dieci metri guadagnati. Poi palla al largo, Zanni ne ha ancora ne guadagna altri dieci. Ancora Minto, superati i dieci metri gallesi. Poi Semenzato finge l’allargamento e ricicla all’interno per Toniolatti che ha capito tutto e corre. Gli Ospreys sono sguarniti e disperati, Toniolatti ricicla, pallone ancora per Minto, che ai 5 metri si inventa un sottomano che, considerata la condizione fisica e considerati minutaggio e il fango, non starebbe male nel repertorio di un discreto giocatore da playground. La diga gallese è ai 5 metri, ma sembra fatta con lo sputo. Se ne appura Andrea Pratichetti, che riconosci perché la maglietta non ha fatto a tempo a colorarsi di terra ed acqua. Prende la palla, si porta in spalla un gallese e lo deposita dietro la linea di meta. Lui e l’ovale. Viene giù praticamente di tutto, Biggar dà continui pugni di frustrazione al terreno di gioco, i Leoni si abbracciano, tra terra ed acqua, che non sono più errori da digerire. Tra pubblico che un paio di salti nelle pozzanghere se li farebbe davvero, per essere almeno un giorno come quelli là in campo. Fangosi, dritti, orgogliosi. Pesanti, eppure leggeri. Brutti sporchi e cattivi, ma con una vittoria in tasca che regala una limpidezza che vi auguro di provare, prima o poi, nella vostra avventura. E poi, in caso di birra, volete mettere una bella maglia sudata e infangata con la camicia inamidata della domenica, quella che metteva anche Casanova per i suoi battesimi?

Noi non facciamo cambio, ma un terzo tempo con lui, magari, una volta..

Eroi nel fango

The Daniel Carter Show

È che ce lo insegnano da piccoli. Ci dicono: “Questo è uno sport di squadra, si gioca, si vince e si perde tutti insieme”. E noi da lì cresciamo convinti che, almeno nella nostra squadra, tutti siamo uguali davanti all’allenatore. Che tutti possiamo fare tutto. Che il campetto ce lo giochiamo tutti alla pari. Già. È che sulla carta siamo tutti uguali soltanto finché Madre Natura non esce allo scoperto e fa capire che qualcuno è più uguale degli altri. Che questo qualcuno ha potenzialità e talenti che altri mai arriveranno vicini ad annusare. Ti danno la speranza di poter competere con tutti, poi la realtà dirà altro. Dirà che sul campo delle Cebollitas, la squadra giovanile dell’Argentinos Juniors, un ragazzino  che di nome fa Diego Armando Maradona e che nel 1986 vincerà il Mondiale messicano quasi da solo non è e non può essere come tutti gli altri. Dirà che il figlio di Jelly Bean Bryant, americano giramondo del basket, che tante volte si è sbucciato le ginocchia sui campetti di Reggio Emilia, la palla a spicchi non la tratta come tutti gli altri. Si chiama Kobe e fino a 12 mesi fa si è divertito a dare lectio magistralis di pallacanestro in giro per il mondo. Forse ne avete sentito parlare.

Poi vi diranno che anche il rugby è uno sport di squadra, si gioca, si vince e si perde tutti insieme. Obiezione, vostro onore. Perché il rugby è sì uno sport da e per esseri umani, ma può capitare che, da qualche parte in questo mondo schiacciato ai poli e quindi non tondo, la nostra amica Madre Natura abbia fatto finta di perdere per strada una quantità di talento più grande del solito. Molto più grande del solito. È un po’ sgualdrina, a volte, bisogna riconoscerlo. Il malloppo se lo perde a Southbridge, paesello a meno di un’ora da Christchurch, Nuova Zelanda. Il signor Neville, ex giocatore e piazzatore della squadra locale, ha trasmesso la sua passione al figlio. Anche lui mancino. Ha otto anni il ragazzino e non c’è modo di tenerlo fermo. Lui vuole giocare. Meglio ancora, lui vuole calciare quel pallone ovale, come il papà. Ora capirete che c’è un problema logistico di fondo: se avete un figlio appassionato di calcio il tutto si può risolvere con un pallone e due alberi. Se vostro figlio ha il poster di Lebron James o Michael Jordan in camera bastano un canestro, due viti e passa la paura. Ma come fate se vostro figlio ama piazzare a terra un pallone da rugby e centrare due ipotetici pali e oltrepassare una traversa? Il piccoletto la risolve a modo suo: cerca di calciare il pallone dall’altra parte della casa. Risultato: suppellettili rotte in abbondanza e genitori disperati.

Finché a Neville viene un’idea: qua servono un campo e dei pali. Il campo non è un problema, in Nuova Zelanda c’è sempre una discreta dose di verde nei dintorni, e Neville ne ha un bel po’ dietro casa. Per i pali convoca l’ingegnere del paese e se ne fa costruire due regolamentari. Bianchi e blu, come i colori del Southbridge. Se passate da quelle parti sono ancora lì. La moglie ringrazia, visto che non si vede più degli ovali impazziti sopra la testa per tutto il giorno. Ma a ringraziare ancora di più è un intero Paese, visto che il figlio del signor Neville lascerà una discreta storia nel rugby neozelandese. Serviranno due o tre parole di Graham Henry, uno di quegli uomini a cui il rugby deve più di qualche birra, per consacrarlo al mondo: “Quel ragazzino dei Crusaders, quello che fa il centro. Ecco, fatemelo giocare apertura, che un posto in Nazionale glielo trovo io”.

Il ragazzino si chiama Daniel Carter, e forse anche di lui avete sentito parlare.

In verità però Dan ha già debuttato in Nazionale e si è già fatto un Mondiale, quello del 2003. Ma John Mitchell, ct neozelandese, aveva già optato per una regia e una linea di trequarti di marca Blues. È un bel giocare, è un bel divertirsi, c’è gente come Howlett, Muliaina, Rokocoko. C’è King Carlos in regia, preparate i pop corn. Mitchell però sa benissimo che il buon Spencer non è irreprensibile dalla piazzola e che qualche volta in campo bisognerà fare più attenzione al macinato che allo showtime, e allora ci pensa un attimo. Non c’è Andy Mehrtens, reduce da una stagione stregata, e allora si porta il suo vice, che ha 21 anni e gioca primo centro. Carter, appunto. La strada per la Coppa, però, si interrompe sul più bello, sul passaggio scriteriato di Carlos e sull’intercetto di Mortlock. Mitchell al termine del Mondiale se ne va, in panca si siede Graham Henry, reduce dall’avventura gallese. Per il Tri Nations 2004 non cambia troppe carte in tavola, sfrutta ancora Spencer e Mehrtens, poi in autunno gioca il carico da undici: Carter apertura. Lo aveva già fatto capire ai piani alti di Christchurch, quartier generale dei Crusaders: “Mettetemelo all’apertura che poi ci penso io”. Non se lo fanno ripetere due volte.

Gli All Blacks arrivano in Europa e fanno tre su tre: a Roma ci danno 59 punti, buona parte in un primo tempo in cui non ci capiamo nulla, a Cardiff invece faticano tantissimo contro il Galles. Si, ok, ma quello è il Galles che vincerà lo Slam di lì a qualche mese e gente come Shane Williams, Martyn Williams e Gavin Henson col nero starebbero più che bene. Poi a Parigi rifilano un 45 a 6 ai francesi che fa parecchio rumore. Carter fa vedere i primi segni di quel che sarà: dalla piazzola è praticamente infallibile, in campo aperto distribuisce endecasillabi, alla mano e al piede. Ma non è tutto qui. Il ragazzo ha giocato parecchio come primo centro dietro a Mehrtens, quindi qualche placcaggio serio lo ha tirato, nel suo apprendistato. Ha una coordinazione motoria invidiabile, potrebbe essere un crack in qualsiasi sport decidesse di praticare, anche perché ha appoggi morbidi, naturali, sembra stia facendo jogging tra gli avversari e invece non lo prendi mai. E tutto questo lo fa vedere solo a sprazzi, solo quando serve. È essenziale, che è un complimento sempre troppo sottovalutato a queste latitudini. È persino belloccio e finirà per metter su famiglia con la fidanzata del college, quella bellissima, simpatica e campionessa di cricket. Perché Madre Natura doveva finire per bene il lavoro, quella volta, non poteva lasciarlo a metà.

Essenziale, dicevamo. Qualcuno, ancora con Spencer davanti agli occhi, gli aveva dato del ragionierino, di quelli moderati e mai oltre il limite.  Dovrà ricredersi, questo qualcuno. Perché succede che il ragazzo, una sera, fa come Bud Spencer e Terence Hill: decide di arrabbiarsi. Decide di esagerare e di mostrare i muscoli e l’ordito, oltre agli occhiali da lettura. Gli avversari se ne accorgono, provano a ribattere, ma sembra veramente di rivedere lo scagnozzo ingobbito del nemico di turno provare a dar pugni al buon Bud, che intanto lo osserva dall’alto. Non è cosa.

Succede tutto in un sabato di luglio al Westpac Stadium di Wellington, di fronte ci sono i British and Irish Lions. Ecco, loro hanno i loro bei problemi: sir Clive Woodward, il selezionatore, si porta in Nuova Zelanda molti gallesi vincitori del Grande Slam, ma ancora più inglesi reduci dalla vittoria in Coppa del Mondo due anni prima. E se pensate che quella era chiamata l’Armata dei Padri per l’età avanzata, figurateveli con due anni in più sul groppone. Il primo Test a Christchurch finisce 21 a 3 per i tuttineri, ma se i punti di scarto fossero stati 40 non ci sarebbe stato nulla da dire. Un disastro su tutti i fronti. Anche perché dopo appena due minuti si fa male Brian O’Driscoll. E a questo proposito Sir Woodward si accorge di aver commesso un altro errore: aveva affidato la campagna mediatica dei Lions all’ex spin doctor di Tony Blair, Alastair Campbell, giornalista e uomo politico di intelligenza superiore, ma forse un po’ troppo sul polemico. Campbell alimenta una campagna secondo cui O’Driscoll è stato deliberatamente “fatto fuori” dal placcaggio di Umaga e Mealamu. L’effetto è controproducente, visto che i Lions non si riconoscono in quelle parole e in altri atteggiamenti. Solo che il dado è già tratto, e il secondo match contro gli All Blacks è alle porte.

Woodward questa volta dà fiducia a molti gallesi, mette Jonny Wilkinson finalmente in mediana, Gavin Henson e Gareth Thomas ai centri, Paul O’Connell in seconda linea. E i risultati si vedono, i Lions sembrano un’altra squadra e Thomas segna la prima meta dell’incontro. Gli All Blacks si guardano un attimo, ma la sensazione è quella di rivedere il Brasile dei 5 numeri 10 dei Mondiali di calcio 1970: bene, bravi, palla al centro e ripartiamo. E va così: Carter butta dentro due piazzati, poi mette sul tavolo il primo Swarovski: Umaga ruba palla davanti ai suoi 22 e serve proprio Carter, arrivato in sostegno. Il numero 10 corre, ha tre Lions addosso, ma non lo prendono mai. E stiamo parlando di Jonny Wilkinson, uno che placcava qualsiasi cosa, Gavin Henson, e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, e Shane Williams, leggero finché volete ma che non ha mai avuto problemi a fermare bisonti sudafricani e camion figiani. Niente, idem come sopra. Dan si fa 50 metri palla in mano, poi serve Umaga che corre indisturbato. Sorpasso. I Lions rimangono attaccati al match con due calci di Wilkinson, ma ad inizio ripresa Carter chiude il match: prima un piazzato, per la verità neanche troppo difficile. Poi la seconda perla: So’oialo lo serve a pochi passi dalla rimessa laterale, lui cambia passo e semina sui primi passi Shane Williams (Shane Williams!). Quando si trova davanti Lewsey calcia a seguire, sorpassa, e in caduta smanaccia la palla. Meta clamorosa, seguita da altrettanto clamorosa trasformazione dalla rimessa. Viene giù tutto.

Il match potrebbe finire qui, i Lions scompaiono praticamente dal campo, ma Carter, è in piena trance agonistica. On fire, dicono quelli che avevano 8 in inglese. Segna un’altra meta con una finta che Lewsey sta ancora bevendo al bar, ne manca una solo perché Shane Williams si immola a un niente dalla linea di meta. In tutto questo trova il tempo di rompere placcaggi, di trovare i 22 avversari dai suoi 22 a suon di cannonate. Finisce 48 a 18, Carter segna 33 punti equamente suddivisi in 2 mete, 4 trasformazioni e 5 calci di punizione. E si toglie la soddisfazione di fare tutto questo giocando contro Jonny Wilkinson, che in quel ruolo ha vinto un Mondiale e seminato il panico ovunque le sue tomaie abbiano cantato, e contro una squadra magari non messa benissimo in campo, ma che per nomi e curricula era tantissima roba. Praticamente è andato in piscina e, invece di nuotare, si è fatto una passeggiatina sulle acque. Sarà giocatore dell’anno, si ripeterà nel 2012.

La strada è aperta. Durerà, con la maglia nera, altri 10 anni. Dà l’addio agli All Blacks col Mondiale 2015, e lo chiude a modo suo. Vuole chiuderlo a modo suo. Perché è vero che ha già vinto un Mondiale, ma nel 2011 non era in campo in finale, vinto da un inguine capriccioso. E sappiamo tutti quale differenza ci sia tra vincere in campo, mettendoci mani, piedi e cervello, e vincere in tribuna. E allora prende per mano i suoi in una partita messasi all’improvviso in salita: i Wallabies approfittano di un giallo comminato a Ben Smith e dal 21 a 3 arrivano al 21 a 17 con 15 minuti da giocare.

Non è facile.

Non per dei giocatori “normali”.

I Wallabies ci credono, ma quella palla di Aaron Smith a Carter, sotto sotto, sanno già che fine farà.

Carter se la sistema sul sinistro e spara da 40 metri, pali centrati.

Poi si ripete con un calcio da metà campo. Wallabies ricacciati indietro, saluti e baci.

È campione del Mondo ancora, è giocatore dell’anno ancora.

Non sarà più un All Black. Torna in Francia, dove era già passato nel 2008, firma per il Racing Metro, magliette bianche e azzurre.

Quasi come quelle del Southbridge, dove papà Neville qualche birra pagata ce l’ha ancora, presumibilmente a vita.

Quasi come i pali di casa sua, quelli da cui tutto è iniziato.

Quasi come quando ti insegnano che tutti avranno le stesse possibilità e le stesse basi di partenza, nello sport. Ma anche fuori dallo sport.

Tutto torna. O quasi.

Perché uno come Dan Carter, da queste parti, ha sedotto Madre Natura e messo in discussione il concetto di “gioco di squadra”. Perché uno come Dan Carter, da queste parti, non tornerà per un po’.

Madre Natura, nel caso ti vada ancora di perderti qualcosa per strada qui ci sono birre pagate a oltranza e numero di telefono. Metti caso.

 

The Daniel Carter Show

Pelle ovale

C’è una cosa che non ti dicono, quando vieni al mondo. Oddio, ce ne sono parecchie, all’inizio per forza di cose ci sono solamente i primi rudimenti. Quando cominci ad imperversare per il mondo da solo, sulle tue gambe, ti rendi conto di cosa sia, e come sia, la tua pelle: morbida e rosea all’inizio, fragile quando cadi e ti sbucci ginocchia, gomiti e qualsiasi cosa sbucciabile, dura, rugosa, oppure morbida, dipende da come decidi di muoverti. Se ti trovi vicino qualcuno di bravo o qualche lupo di mare della vita buona parte di queste cose le vieni a sapere. Ma una cosa la scopri da solo: la pelle sa essere adesiva. Più di tanti collanti. Sa tenere attaccati a sé sensazioni, profumi, esperienze, cicatrici. Non te ne stacchi così facilmente, da tutto questo, e neanche dalla tua pelle. Più dai il giro, più decidi di farle cambiare aria e più questa si incolla tutto quello che la circonda. Chi ha viaggiato un minimo lo sa, e questa è la storia di quanto il rugby, se opportunamente conservato sotto pelle, sappia aderire alla pelle di chi ci ha giocato, ovunque si vada, qualsiasi cosa possa succedere. È la storia di chi decide di cambiare aria, e questa aria decide di ripresentarsi sotto forma di palla ovale. Per poco eh, ma nel 1999 arriva la prima brezza, a Genova e dintorni. Segue un ventiseienne appena laureatosi in Legge, si chiama Marco Rivaro ed è il protagonista della nostra storia. Marco decide di cambiare aria dopo la laurea, si trasferisce in Inghilterra, a Westminster prima e allo Hugues Hall College poi. Missione postlaurea. Marco è bravo, si impegna, ma Genova manca. Ecco, non proprio Genova. Il Cus Genova, squadra di rugby a base universitaria della città ligure. Il ventiseienne è un discreto centro, ha presenze con le Nazionali giovanili. Nel 1991, a 18 anni, è nella selezione under 19 che batte la Nazionale inglese di categoria a domicilio. È una grande vittoria, considerando che in terza linea, per quelli in maglia bianca, gioca il figlio di Vincenzo, torinese con sangue emiliano, emigrato a Londra nel 1958. Che voi direte “E chi se ne frega”. Sì, ma se di cognome il signor Vincenzo fa Dallaglio capirete che siamo davanti ad una delle leggende del rugby contemporaneo. Ecco, Marco fa parte di quella Nazionale. Prima e dopo il 1991 una carriera nel Cus Genova, lontano dai fasti di Marco Bollesan, ma pur sempre in serie B. Una parentesi a Pavia, città nella quale svolge il praticantato, ma non è ancora tempo di carriera, si va oltre Manica. Manca La Sciorba però, il campo storico del rugby genovese. Manca anche il Carlini, che nel 2001 tra l’altro sarà adibito ad ospitare i manifestanti No Global durante il vertice del G8. Eccola là, la pelle adesiva. La palla ovale fa sentire la sua mancanza, e allora Marco passa all’azione nel modo più diretto possibile: si arma dell’elenco telefonico, che in Inghilterra ha le pagine gialle, e comincia a chiamare tutti i numeri telefonici il cui nominativo termina con “Rugby Club”. Tutti, a partire dai Saracens. No, non ridete. Il fatto che un ragazzo abituato alla serie B italiana chiami i Saracens non è del tutto fuori dal mondo, se si considera che tutte le squadre della Premiership hanno una seconda squadra nelle leghe minori. Coi Saracens va male, non lasciano nemmeno finire la conversazione. Va meglio con London Irish e Harlequins, che accettano. Marco sceglie gli Exiles, gli fanno un contratto part-time con il quale entra nella squadra riserve e si guadagna il suo spazio. Tutto normale, fin qui. Solo che siamo nel 1999 poche miglia più in là dello Stoop (il rugby entrerà al Madejski Stadium dalla stagione successiva) è in corso la Coppa del Mondo e metà squadra sta giocando col Trifoglio sul petto (compreso un certo Conor O’Shea), e allora Rivaro debutta in Premiership. Gioca per tutto il mese di ottobre, è uno dei protagonisti della netta vittoria sul Newcastle. Il 56 a 8 finale, in diretta televisiva, non fa rumore solamente al di là della Manica. Dall’altra parte dello schermo c’è anche un omone risoluto, impegnato come commissario tecnico alla Coppa del Mondo. Il fisico e la fierezza rivelano un passato da pilone in maglia nera, più precisamente quella con la felce argentata sul cuore. Le sue Fiji hanno praticamente scherzato al debutto con la Namibia, solo che alla Coppa del Mondo è arrivato con le valigie, dal 2000 Brad Johnstone sarà il nuovo commissario tecnico italiano, anche se in pochi ancora lo sanno. Johnstone si prende avanti col lavoro e chiede lumi su quell’italiano non di primissimo pelo di scena lì in Inghilterra. Non è un fenomeno che cambia gli equilibri, parliamoci chiaro, ma è solido nel placcaggio e per uno abituato a dire che “Il rugby finisce col numero 8” un centro del genere va benissimo. Marco Rivaro riceve la chiamata della Federazione il primo gennaio del 2000. Convocato per il primo Sei Nazioni azzurro. Finisse qui sarebbe già una discreta favola. Ma non finisce qui.

Johnstone lo fa debuttare il 5 febbraio contro la Scozia. Entra dalla panchina al posto di Luca Martin mentre Diego Dominguez sta facendo di tutto agli scozzesi, che sono sotto e non riescono ad uscire dalla lavatrice. Eh, non è un bel momento per loro: sono arrivati a Roma come ultimi campioni del 5 Nazioni e consideravano il viaggio a Roma come una gita di piacere. Invece sono lì a vedere Logan che sbaglia un calcio dietro l’altro, la mischia che retrocede e Glenn Metcalfe, biondo estremo originario di Auckland, che cerca più volte il varco. Davanti si trova tre volte Marco Rivaro, che non è proprio lì fermo ad aspettare. Accorcia e lo prende tre volte su tre: Una volta riesce a tenere la palla, le altre due le perde a contatto. I placcaggi del genovese li sentono in tribuna per la violenza del contatto a terra. Johnstone gongola. Sia per la vittoria, inaspettata, sia per la scommessa vinta con quel genovese. La gloria in quel 6 Nazioni per noi è effimera, lo sappiamo già. Rivaro debutta da titolare contro il Galles, poi entra dalla panchina contro l’Irlanda, ma i nostri avversari ci hanno studiato. E ci fanno malissimo. Marco torna in Inghilterra, a fine stagione passa ai Bedford Blues e si iscrive allo Hugues Hall College. Giocherà ancora una volta in Nazionale, contro l’Inghilterra nel 2001, entrerà a match già largamente chiuso. Bello Twickenham. Bello proprio. Marco lo sa, ci ha già giocato, e non solo in Premiership. Già, perché lo Hugues Hall, college fondato nel 1885, è uno dei pilastri della Cambridge University. E se Tony Rodgers, coach della squadra da 21 anni, viene e ti chiede se sei libero a dicembre capisci subito che puoi giocartela per un posto al sole nel Varsity Match. Non sarà il rugby professionistico, ma ti giochi un match vitale a Twickenham davanti a 60000 spettatori, tutti di una certa borghesia londinese. Marco ne gioca due, entrambi persi, ma nel secondo viene eletto Man of the Match e, per questo motivo, ritratto sui quotidiani del giorno dopo. La sua carriera prosegue ancora per poco nelle serie minori inglesi. Ogni tanto una speranza di convocazione in azzurro c’è sempre, ma Kirwan, che intanto ha sostituito Johnstone, proprio non lo vede. Abbandonerà il rugby giocato di lì a poco, non prima di aver terminato la carriera dove palla ovale e maglia biancorossa del Cus Genova gli si erano tatuate addosso.

Il lavoro lo porterà lontano, tra Stati Uniti e Italia.

La pelle se la porta sempre con sé. Adesiva come non mai, sempre pronta ad appiccicare su di sé momenti, storie emozioni. Twickenham, i biondi capelli di Metcalfe al vento. Il bianco e il rosso. L’azzurro. Più di tanti collanti. Sa tenere attaccati a sé sensazioni, profumi, colori, esperienze, cicatrici. Non te ne stacchi così facilmente, da tutto questo, e neanche dalla tua pelle. Più dai il giro, più decidi di farle cambiare aria e più questa si incolla tutto quello che la circonda.

Chi ha viaggiato un minimo lo sa.

Marco lo sa.

E credo ne vada fiero.

Pelle ovale

Re per una notte

“Niente, Henry non ce la fa per i quarti. E chi ci metto lì in regia? Ci sarebbe lui, ma non gioca come dico io. Ci sarebbe Percy, ma se tolgo uno così da lì dietro perdo tantissimo. Franco? No, troppo tardi, per lui e per me. E va bene. Non doveva capitare, è capitato. Che Dio ce la mandi buona”. Stop.

Se non lo avete ancora capito, da queste parti piace scherzare, piace sdrammatizzare certi dialoghi, certi discorsi interiori. Portarli all’estremo. Ma forse, in fondo, non è che se ne sbagliano tantissimi. Almeno, questo no, di sicuro. Anche perché il tipo pensieroso qui sopra è passato anche dalle nostre parti. Mai stato amico dei taccuini, sempre diretto, il buon Nicholas Vivian Howard Mallett, detto Nick. Abbiamo imparato a conoscerlo dal 2007 in poi, un coach duro, severo, ma dalla lacrima facile quando si riesce a vincere in condizioni estreme (o quasi). Un coach dalle idee chiare, per quanto a volte indigeste, soprattutto per noi italiani. Diretto, senza paura né troppi fronzoli. Come quando ha messo Masi apertura per un intero Sei Nazioni, anno di grazia 2008. Come quando l’anno dopo schiera Mauro Bergamasco mediano di mischia in un Twickenham più uggioso che mai, almeno per noi, anno di (non molta) grazia 2009. Solo che, se permettete, il 6 Nazioni è una cosa, la Coppa del Mondo un’altra. Soprattutto quella del 1999, nella quale il Sudafrica, sua creatura, deve difendere il titolo. Non solo: i suoi uomini detengono inoltre il record di vittorie consecutive per una nazionale Tier 1. Ne vincono 17 una dietro l’altra, massacrano All Blacks, Wallabies e le compagini europee a più riprese. Il record verrà battuto solamente dagli All Blacks nel 2016, ma con molto più incontri a disposizione nel corso delle finestre internazionali. Poi però si spengono un po’ nel 1999, rosi principalmente da conflitti interni. Mallett esclude dai convocati Gary Teichmann, 36 volte capitano degli Springboks, tanto per far capire chi comanda. Non guarda in faccia nessuno. Il girone scorre relativamente tranquillo, Spagna e Uruguay non creano grattacapi, la Scozia di Townsend cede alla distanza dopo un gran primo tempo. Il quarto di finale li vede affrontare l’Inghilterra di coach Clive Woodward. No, non è ancora la squadra che brutalizzerà l’emisfero sud da lì a qualche anno, ma ci sono Lawrence Dallaglio, Martin Johnson, Mike Catt. C’è un imberbe ventenne, Jonny Wilkinson, che sarebbe già pronto per la ribalta, ma gioca Paul Grayson, che è un signor 10 con la sfiga di essere capitato tra un fenomeno (Rob Andrew) e un taumaturgo (Jonny, appunto). Non sfigura eh, il buon Paul, ma con un rivale così, più forte e più giovane, la pressione non è facile da gestire. Woodward, con due giocatori del genere, gongola e non teme più di tanto i confronti.

Ecco, andate a chiedere a Mallett se è a posto in regia. Il favorito per il posto ad inizio Coppa del Mondo è Henry Honiball, apertura degli Sharks. È un giocatore che attacca la linea, crea spazi, corre, placca come una terza. Mallett stravede per lui. A calciare non è il migliore della classe, ma dietro all’occorrenza c’è Percy Montgomery, ufficialmente estremo ma di fatto un utility back come pochi altri se ne sono visti a questi livelli. Ecco, però capita che Honiball si infortuni. Lo hanno lasciato a riposo per tutto il girone, lo vogliono pronto per i quarti di finale. Uno così sembra fatto apposta per il rugby di avanzamento che vorrebbe Mallett, solo che non è ancora a posto fisicamente. E allora niente, due sono le cose: o si sposta Montgomery in regia o si mette Lui. Intendiamoci, Montgomery potrebbe giocare 10 domani, a 45 anni suonati, solo che avere tutta quella materia grigia dietro è un vantaggio non da poco, visto che gli inglesi nel dubbio useranno il piede tattico. Ci sarebbe pure Francois Petrus Smith, detto Franco, che il gioco di Mallett lo conosce bene, ma ormai è tagliato fuori dalla lotta per il posto.

E allora niente, allora gioca Lui.

Lui all’anagrafe è registrato come Jan Hendrik De Beer, per tutti Jannie. Ha appena accettato un contratto con i Blue Bulls dopo due anni ai London Scottish e un’opzione con i Sale Sharks, rifiutata altrimenti avrebbe dovuto dire addio alla Nazionale. 28 anni, lineamenti boeri che più boeri non si può, profonda credenza in Dio, dentro e fuori dal campo. Astemio nonostante un nome altisonante e carico di promesse. Parecchio intristito da quando in Inghilterra, a Sale e dintorni per la precisione, hanno preso a chiamarlo Judas dopo il suo presunto tradimento per tornare in Sudafrica. Giuda, per un cristiano abituato a calpestare i marmi delle chiese cattoliche e ad assumere carboidrati sottoforma di particole, è un insulto mica da ridere. È in cerca di riscatto, insomma. Mallett non è tranquillissimo, per usare un eufemismo. In campo, infatti, de Beer è tutto ciò che non è Henry Honiball: un radar al piede, ma praticamente gioca da fermo ed è uno specialista del placcaggio a zainetto. Si aggrappa all’avversario, più che placcarlo. Ce l’avete presente Morné Steyn? Questo ne è la versione guardinga. Uno così, per dare un’idea, lo si è visto anche dalle nostre parti. Si chiamava (e si chiama ancora) Willem de Waal, apertura pescata da Treviso a Città del Capo qualche anno fa: buttava dentro qualsiasi cosa al piede anche da oltre 50 metri, ma zero carbonella al placcaggio. De Beer, con le dovute proporzioni, è così: se volete giocare al largo e attaccare gli spazi non è il vostro uomo. E non è l’uomo di Mallett, che di certo non fa i salti di gioia nel vederlo con la maglia numero 10 sulle spalle. Solo che agli inglesi non puoi fare sconti dal punto di vista tattico, e allora gioca Lui.

E che Dio, o chi per lui, sostenga Lui e Mallett.

La partita non è delle più belle, è una sfida tra trincee e calciatori: da una parte Grayson, dall’altra De Beer. È 12 a 9 per i bianchi a pochi minuti dall’intervallo, poi Joost van der Westhuizen fa una magia in bandierina, Lui aggiunge due punti impossibili. 16 a 12. Niente di definitivo, ma la partita lancia un messaggio: gli inglesi nel breakdown fanno una fatica incredibile a scavar fuori il pallone. Venter, Skinstad e compagni sono dei demoni nei breakdown, lì bisogna colpire. Ad inizio ripresa Grayson riporta sotto i suoi con un calcio, poi gli Springboks puliscono egregiamente un pallone fuori dai 22 inglesi. Van der Westhuizen si guarda intorno, vede De Beer profondo. Palla a lui, drop. Pali centrati, Più 4 di nuovo. Gli inglesi ripartono, non cambiano strategia (non ne hanno molte altre in faretra, a dir la verità), ma perdono ancora palla. Van der Westhuizen la passa profonda, De Beer ci riprova. Più 7. Eh, non male il boero. Grayson riporta sotto i suoi con un altro calcio, poi indovinate cosa fa van der Westhuizen? Palla fuori, drop di De Beer. Ancora più 7.

Ecco, gli inglesi qui capiscono che bisogna cambiare spartito: innanzitutto perché i raggruppamenti, se mai lo sono stati, non sono più cosa. Poi si chiedono: ma chi è questo? Ma cosa sta facendo? Le energie cominciano a scarseggiare, gli uomini di Woodward hanno affrontato in dieci giorni All Blacks, Fiji (e ve le raccomando le botte isolane) e ora sono sotto i carri armati sudafricani. Senza spartiti né improvvisatori di jam session così, su due piedi.

Sono stanchi, poco lucidi, non ne vengono più fuori. Grayson ci prova al piede da 56 metri, ogni occasione è come oasi ammirate nel deserto. Solo che sono destinate a rimanere miraggi. Entra pure Jonny Wilkinson, segna tre punti, gli inglesi tornano a meno 4, manca un quarto d’ora al termine. La partita sembra ancora aperta, in realtà non lo è più già da un pezzo. Lo Stade de France, intanto, non sa per chi tifare, se per i nemici storici inglesi o per i sudafricani, che qui hanno brutalizzato i galletti con 52 punti non più tardi di qualche mese prima. I minuti passano, gli inglesi sono in scia, ma non riescono ad avvicinarsi. Dura quando vedi il tuo avversario ma non riesci a prenderlo. Gli avanti sudafricani invece arano il campo che è un piacere. Ne hanno ancora. Non tanto per mettere direttamente la firma sul colpo del ko, questo no, ma sanno benissimo di aver trovato tra le loro fila un sicario biondo, dai lineamenti boeri che più boeri non si può e dal piede bollente come una stufa. Segna altri due drop, il secondo praticamente dalla linea di touche. Alla cassa fanno 45 metri, centimetro più, centimetro meno. Dentro, dentro. Jannie è in striscia, vede i pali larghi quanto il campo, mette dentro anche due piazzati. Mallett in tribuna non esulta. Balla direttamente. Sembra il Libero Quarini de il Ciclone, quello che vede il pullman di spagnole e si convince che Dio esiste, ne ha le prove. Ha le lacrime agli occhi, forse sta ringraziando quel qualcuno che De Beer sente tanto vicino e partecipe ogni volta che può. Ma non è finita qui: visto che è giornata, imbecca Roussow all’ala con un cross kick, poi trasforma la meta. Due trasformazioni su 2, 5 piazzati, 5 drop. 34 punti senza sbagliare un minimo tocco di tomaia, è record per un giocatore sudafricano. Titolo di uomo del match a furor di popolo, ci mancherebbe. E posto da titolare garantito contro l’Australia in semifinale, dove a decidere le sorti del match è ancora una volta biondo ed ha ancora il numero 10 sulle spalle.

Con un drop da 50 metri.

 

Si chiama Stephen Larkham, in finale va l’Australia.

 

De Beer segna altri 21 punti, centrerà ancora i pali con un drop, ma contro i futuri campioni del mondo non si passa. È la sua ultima partita con la maglia degli Springboks, per la finalina rientra Honiball. Nel 2000 tenterà di nuovo la strada inglese, vestirà la maglia dei Saracens, ma continui infortuni al ginocchio mettono fine alla sua carriera nel 2002. Poi resterà fuori dal rugby, non allenerà, né si allenerà più. Si dice che sia ancora fervente la sua credenza nel Lui che sta al di sopra. In Colui che per 80 minuti gli ha dato tantissimo per poi riprendersi quasi tutto di lì a poco, da una finale alle ginocchia, sempre più malandate. In Colui che, per un giorno, ha preso un coach severo, pratico, duro e senza fronzoli come Nick Mallett, uno che non te lo vedi proprio tra effluvi d’incenso e Kyrie Eleison, e l’ha messo davanti alla cosa che più assomigliasse ad un miracolo sportivo. Davanti alle gesta di un biondo afrikaner, che tutto sembra fuorché un angelo, che però ha ricevuto carisma e grazie, dice Lui, da un Dio che finalmente lo ha incoronato su un rettangolo verde.

Per poco, giusto il tempo di essere il Re per una notte.

Ma volete mettere?

Re per una notte

Elogio della follia

Nec aliud omnino est vita humana, quam stultitiae lusus quidam. Erasmo c’aveva visto giusto, qualche secolo fa. La vita, dice, non è altro che un gioco, il gioco della pazzia. La pazzia, o follia, nell’idea del pensatore olandese è portatrice sana di allegria e spensieratezza nella vita umana, è insita nell’uomo e nella sua vita terrena. Si, c’aveva visto giusto. Pazienza se qui non si parlerà del ruolo cardine nella Riforma Protestante di quest’opera del 1511, non ci sono conoscenze, competenze e tempo per parlare approfonditamente di tutto questo. Ma forse un mondo in cui una palla ovale rimbalza ubriaca su un prato verde, in cui omoni si rincorrono e si placcano e si va avanti sì, ma sempre rivolti all’indietro non è così estraneo alla pazzia umana, al suo essere folle, scanzonata e per certi versi inafferrabile.

Non sappiamo quanti a Suva abbiano letto l’”Elogio alla Follia” di Erasmo da Rotterdam, ma forse questa è materia per stanchi statistici. Vi possiamo dire che i figiani da decenni la mettono in pratica, la follia. Per 80 minuti, a volte anche meno.

Molti meno.

Contro il Sudafrica ne sono bastati 3 per prendere una partita già segnata e riportarla alla vita.

2007, quarti di finale della Coppa del Mondo.

20 a 6 per gli Springboks, che poi il Mondiale lo vinceranno.

3 mete a 0,  in inferiorità numerica e senza una delle guide della squadra, infortunatasi nel girone.

Mancano 20 minuti, poco più.

E pazienza se vi abbiamo già detto come andrà a finire. A volte non conta il risultato per fare la storia. Basta andare oltre certi schemi, dileggiare il razionale, mai l’avversario, graffiare lavagne e stracciare appunti. Non guardare lo spartito, affidarsi all’istinto. E poi muovere le gambe.

Casomai si arriva ai quarti di Coppa del Mondo, due volte.

Quasi tre.

Questa è la storia di una delle più grosse sorprese degli ultimi vent’anni anni, fatta di un gruppo di giocatori esperti, grossi e dotati di una ferocia agonistica con pochi pari. Gente a cui non riesci a dividere per ruolo, così, su due piedi, sono tutti grossi uguali. Hai bisogno del numero. Poi vedi che corrono tutti (o quasi) allo stesso modo, dritto per dritto, e allora ti accorgi che anche se li riconosci dal numero il risultato non cambia. Gente che sa benissimo come dare la palla, che sa benissimo come andare a contatto. Che ti placca durissimo, ti lascia senza fiato.

E anche senza replica, perché come li placchi questi?

Non sai mai dove prenderli per buttarli giù: la regola non scritta del rugby dice sempre “alle gambe”, ma questi sono maestri dell’offload, e come fai a lasciar loro libere le mani?

Ecco, e allora sorge spontanea la domanda: come mai nel rugby a 15 non vincono nulla?

Per la disciplina, non sempre impeccabile.

Perché a volte scompaiono dalla partita per minuti.

E perché, per farla breve, ci sono le mischie, le maul e le touche.

Robetta da niente, vero?

No, nelle fasi statiche poco o nulla da fare, vanno in difficoltà.

Ma non è una questione fisica, è proprio mentalità. Dire a  gente che domina nel rugby a 7 di inginocchiarsi per una mischia o di saltare per prendere una palla è una costrizione dura da digerire. Sono minuti tolti alla corsa e alla libera improvvisazione. Sono gabbie in cui il libero pensiero marcisce. Nel 2006 un giornalista italiano arrivato a Suva per documentare un Fiji-Italia si sentì dire da un tassista “Italiano? Si, dai, in mischia siete forti. Ma Fiji è più forte a rugby.”

E c’ha ragione lui, per un tempo quel giorno non ci capiamo nulla, ci segnano 4 mete, ci girano intorno. Noi, ubriacati, andiamo nel pallone. Facciamo valere la mischia nel secondo tempo, solo che questi sono già andati. Ma il concetto di rugby che hanno a quelle latitudini va oltre: il 5 dicembre del 2006 va in scena un colpo di Stato nel Paese, parole e musica di Frank Bainimarama, comandante dell’esercito. Quel che non tutti sanno è che il tutto avrebbe dovuto accadere il 1 dicembre, ma proprio in quella data era in programma il Ratu Sukuna Bowl Rugby, la finale del campionato figiano di rugby. Come se da noi un colpo di Stato fosse rinviato per Calvisano-Rovigo. A voi i paragoni.

 

Nel 2007 c’è la Coppa del Mondo. Le Fiji si erano già qualificate come “Oceania 2” due anni prima, essendo arrivate seconde dietro Samoa nella Oceania Cup, competizione creata ad hoc. Pari punti alla fine del girone all’italiana, ma Samoa è prima per differenza punti. Il girone è quasi proibitivo, visto che ad attendere i figiani ci sono l’Australia vice campione del mondo e il Galles del Grande Slam. Solo che nel 2007 la situazione è cambiata, soprattutto per il Galles, in grossa difficoltà al Sei Nazioni e quasi incapace di reagire. I Flying Fijians non sono mica una brutta squadra eh, e un bel po’ di questi giocatori li conosciamo bene, visto che sono passati per l’Italia: ci sono Sisa Koyamaibole, ex Petrarca, Sireli Bobo, già visto a Parma, Neivua, che passerà a Viadana. C’è Kameli Ratuvou, estremo autore di un mondiale spaventoso, che passerà per le Zebre ma non si farà troppo ricordare. Poi c’è Nicky Little, apertura del Petrarca e già passato per Calvisano. Insieme al numero 9 Rauluni, il più leggero della squadra con i suoi 86 chili (!), Little è il vero cervello della squadra, capace di fare cose semplici e di portare a casa il macinato. E, soprattutto, di gestire nel migliore dei modi le palle di cannone che giocano dietro di lui, note ad altre latitudini col nome di “trequarti”: oltre ai già citati Neivua e Bobo prendete nota di Vilimoni Delasau, del Clermont, Seru Rabeni, autentico carrarmato battente bandiera Leicester, e di Seremaia Bai, primo centro e secondo playmaker, magari il meno appariscente dei suoi, ma uno che a 38 anni strappa ancora contratti nei massimi campionati europei qualcosa di buono ce l’ha. E non è ancora finita: tra seconda e terza linea gravitano Akapusi Qera, un fenomeno di fisicità e corsa, e Ifireimi Rawaqa, una seconda linea di 115 chili che nel 2005 segna una meta al Millennium Stadium partendo dalla sua metà campo e sfuggendo ai levrieri gallesi. Davanti c’è il tallonatore Koto e i due piloni Dewes e Railomo. C’è un detto nel mondo del rugby, “fare i piloni alle Fiji è come essere portieri in Brasile: nessuno lo vuole veramente fare”. Ecco, applicatelo a questi due, soprattutto al primo, ma conservatevi il nome, che lo riprendiamo più avanti. L’allenatore è Ilie Tabua, primo figiano a sedersi sulla panchina della Nazionale, ex nazionale australiano e figiano ai tempi in cui federazioni e naturalizzazioni erano un bel po’ più allegre.

Il debutto per i figiani è fissato per il 12 settembre contro il Giappone di John Kirwan a Tolosa. I Brave Blossoms giocano una partita diligente e sfruttano ogni minimo errore dei figiani, che ad inizio ripresa si trovano sotto per 19 a 17. È Akapusi Qera a prendere per mano i suoi con due mete e a regalare anche il punto di bonus. Finisce 35 a 31, ma con troppe disattenzioni. 4 giorni dopo tocca al Canada, che per un ‘ora si ritrova bastonata dalle folate offensive di Ratuvou e Delasau. Sul 22 a 6 accorcia però Smith e cambia la partita: Fiji esce dal match, Pritchard butta dentro un calcio, il Canada è sotto break, 22 a 16. Ai Canucks non viene convalidata una meta, poi all’ultima azione si riversano nei 22 avversari. E perdono palla, che arriva a Ratuvou. Fanno 80 metri di corsa. Raimondi e Munari, in telecronaca, intonano “Vola colomba bianca vola” di Nilla Pizzi. In inglese c’è una bellissima espressione per definire una meta del genere, The get-out-of-jail card, il lasciapassare per uscire di prigione. La fine di un incubo, diremmo noi. Anche perché per la seconda volta, nonostante fatiche inenarrabili e minuti pausa non richiesti, arriva il bonus mete.

E si comincia a sentire l’odore della preda.

Già perché il Galles non è che stia così bene: il Canada per un’ora lascia le briciole alle riserve dei Dragoni, ci devono pensare i senatori nell’ultimo quarto a raddrizzare la situazione. E contro l’Australia concedono 4 mete dopo un’ora di gioco, rendendo il punteggio decente solamente negli ultimi minuti. Si, segneranno 72 punti contro il Giappone, ma Kirwan aveva già segnato col circoletto rosso il match contro il Canada, l’ultimo del suo Mondiale. Atteggiamento poco sportivo? Forse, ma bisogna sempre fare i conti con le condizioni degli uomini a disposizione. La stessa cosa la fanno le Fiji, che contro l’Australia risparmiano qualche titolarissimo e si giocano tutto sul rosso. È il 29 settembre, e seduti nei caffè di Nantes si pensa solamente alla partita.

I gallesi guardano fissi la Cibi, danza di guerra figiana datata 1939, anno in cui George Rakubau, primo ministro figiano ed ex campione di cricket e rugby, pensò che ci volesse qualcosa che contrastasse l’haka neozelandese. Non potevano arrivare dei pakeha qualunque a metter loro paura. Risultato: Fiji imbattute in quel tour, la Cibi rimane a furor di popolo.

Il Galles parte meglio, più disciplinato e performante nei raggruppamenti, Stephen Jones sblocca con un calcio. E qui però, se hai touche e mischia dalla tua, la partita la devi addormentare. Devi farli cucinare a fuoco lento, lasciare che escano gradualmente dal match. E invece il Galles attacca, scoprendo i due punti deboli più grossi emersi nel Mondiale: il breakdown e le palle alte. Qera segna la prima meta al 16’ con un cambio di direzione da consumata ala francese, due minuti dopo è Delasau a dare spettacolo: si perde un offload di Rabeni, si porta avanti la palla col piede e poi calcia alto e lungo. Piombano in area di meta lui, Gareth Thomas e Mark Jones, che saltano però troppo presto. Delasau aspetta, mette il reattore, balza, afferra e segna. A centimetri, millimetri dalla linea di pallone morto. Vilimoni Delasau è forse il simbolo di queste Fiji: fisicamente spaventoso, corsa avventurosa e selvaggia, mani da rivedere, certo, ma con quel fisico e con quella spinta in pochi se ne accorgono.

O almeno, a Clermont nessuno si è mai lamentato di questo.

Se lo stadio di Nantes aveva qualche dubbio, ora sa per chi tifare. I gallesi vanno in panne, diventano nervosi e concedono due calci piazzabili. I figiani, in queste occasioni, ripartirebbero subito, alla mano, sta nel loro DNA fare tutto quel che l’avversario non si aspetta. E invece chiedono i pali, è ancora lunga. Little fa due su due, e non è ancora finita. Riparte il Galles, riconquista palla Fiji. Le guardie gallesi si addormentano e Qera si fa 40 metri prima di essere tirato giù dalle spese.

Tardi, perché la palla è viva altrove.

Arriva a Seremaia Bai, che sembra lento e felpato ma che fa danni e un buco grosso così. Viene fermato a centimetri dalla linea. Poi ci pensa Kele Lawere, una seconda linea di 120 chili. 25 a 3 dopo 25 minuti.

Ecco, se al posto dei bianchi ci fossero, che so, neanche gli All Blacks, basterebbe una Scozia, forse anche l’Italia delle annate buone, la partita sarebbe in ghiaccio. Ma siccome qui in campo ci sono Rauluni e compagni, beh, la partita è tutt’altro che chiusa.

Anche perché il Galles si riprende, non si sa come, ma si riprende.

Popham segna poco prima dell’intervallo, ad inizio ripresa Shane Williams dribbla tutto l’arcipelago figiano e va in meta. 17 a 25. Lo vedi schiacciare e ti chiedi come faccia a essere ancora vivo un ragazzino di un metro e 70 per 80 chili in quella giungla di muscoli e placcaggi. Come faccia uno così ad essere poi il man of the match. Ma questa è un’altra storia. Segna anche Gareth Thomas, 22 a 25.

E le Fiji?

Scomparse. Qera è fuori per un giallo, gli altri in campo sentono il vento che cambia: il Galles si è attaccato ai fondamentali e adesso è dura creare qualcosa. Mark Jones segna la quarta meta, è sorpasso sul 29 a 25. I figiani però, oggi almeno quanto i gallesi, non muoiono mai. Little li scuote con due calci, Ratuvou e Delasau sono infiniti, Qera, rientrato, ha preso due o tre botte che ve le raccomando eppure è ancora lì, Rabeni lo ha fermato solamente il 16 marzo scorso qualcuno che ne ha più di tutti i terrestri, prima non si era ancora capito come fare. Il ritmo cala, d’altronde è da 70 minuti che si tirano legnate come se piovesse. Gareth Thomas trova il tempo di salvare una meta fatta di Bai. Poi Nicky Little si fa intercettare da Martyn Williams che si invola.

34 a 31, mancano 7 minuti. E questi adesso come li batti? Come li butti indietro di nuovo?

Con quello che resta, ovvio. Koyamaibole ara il campo come fa Padova e dintorni, Delasau si inventa un loop da O’Driscoll dei tempi d’oro. Lo fermano, non si sa come, a millimetri dalla linea bianca.

Poi, da non si sa quale dimensione, arriva Graham Dewes.

Ve lo eravate segnato questo nome?

Dewes è un pilone figiano, milita in NPC, terza divisione, non proprio il top del top. In mischia ha preso botte e ripassate da Horsman e Duncan Jones per tutti i 76 minuti che è rimasto in campo. Di più, ha preso arate in faccia da quasi tutti i suoi avversari. Pure dai giapponesi. A differenza dei suoi compagni non è nemmeno troppo mobile in campo aperto. È praticamente il carneade citato da don Abbondio nel più attuale dei romanzi storici, quello in cui Manzoni si diverte a mandare in meta il buon Renzo Tramaglino, discreto e pragmatico flanker bergamasco, ma solo dopo avergli fatto percorrere la strada più lunga e impervia, tra santi, madonnine infilzate e Bravi poco bravi.

Un carneade che prende la palla e segna. 38 a 34 con Little che trasforma e si sbrana un ginocchio nelle ultime guerriglie gallesi senza quartiere. Mondiale finito per lui. Ma non per i Flying Fijians, che resistono ai gallesi sfiancati e mandano per aria tutto: asciugamani, water-boys, lacrime, pronostici. Nomee di “squadra simpatia” e di “chiropratici”. Si va ai quarti, come era successo solo una volta.

Quasi due, se un disastroso Paddy O’Brien non avesse placcato più forte dei francesi.

Contro gli Springboks, una squadra di schiacciasassi capace di rifilare 36 punti all’Inghilterra orfana di Wilkinson e 59 a Samoa. Uno squadrone con Smit capitano, Smith, Bakkies Botha, di Percy Montgomery, di Brian Habana e di Jacques Fourie, che in una intervista dirà che i figiani non meritano il loro rispetto. E che segnerà la prima meta del quarto finale.

Rauluni e compagni non riescono a scuotersi. Con Little costretto alle stampelle c’è Bai apertura, Ratuvou secondo centro e Ligairi estremo, ma arrivano pochi palloni. Bai butta dentro due calci, che il piede buono ce l’ha pure lui. Ma Smit e Pietersen producono il 20 a 6. Rabeni si prende pure il giallo.

Pazienza, vi abbiamo già detto come andrà a finire, o forse lo sapete già.

Ma c’è sempre quel momento, in ogni storia, in cui quello debole si prende le proprie rivincite, si guadagna coi fatti il rispetto tolto a parole. O almeno ci prova. Sono quei momenti che restano impressi. Sono l’ultima canzone di un concerto di un rocker che ormai ha una certa e non sai se tornerà dalle tue parti, l’ultima corsa con la tua macchina di una vita prima di rottamarla definitivamente. È l’ultimo bacio prima di prendere un aereo. Sono attimi che non sai mai se torneranno, magari in modo diverso, ma che nel dubbio sai che è meglio goderseli fino all’ultimo.

Non si riesce a passare la metà campo, il Sudafrica è impenetrabile. Poi Rauluni apre verso Delasau che calcia. Non sappiamo se lo fa perché ha visto Montgomery scoprire il suo angolo o (e ci piacerebbe tantissimo) se l’ha fatto per scappare da quella gabbia, ma lui calcia.

E corre.

Dannazione se corre.

È meta, c’è ancora una partita. Alan Lewis ci mette molto per decidere, ma è meta.

E poi il capolavoro: sulla ripartenza Bai attacca la linea e serve Ligairi, fermato solamente a metà campo. Poi Rauluni sfugge alle guardie e si invola. Nei 22 vede Bobo. Sireli Bobo viene placcato anche da Habana, ma niente da fare, è pareggio.

Viene giù praticamente tutto, Lewis raffredda ancora un po’ gli animi chiamando il TMO. È il canto del cigno del mondiale figiano, gli Springboks segneranno altre due mete e andranno a giocarsi il Mondiale. E a vincerlo.

Alle Fiji resta l’onore di aver fatto tremare per un po’ i futuri campioni del mondo e di aver estromesso il Galles dai quarti. Ma se ci fermassimo qui saremmo solo degli stanchi statistici. Nessuno come i figiani, nel Mondiale 2007, ha saputo sconvolgere gli schemi e i pronostici, nessuno ha saputo sorprendere gli avversari prediligendo gambe e cuore alle lavagne e al cervello.  Nessuno ha saputo vestire meglio i panni della Follia erasmiana in questo Mondiale, presumibilmente senza mai sapere chi fosse il buon Erasmo, nessuno meglio di loro ha saputo comprendere le bizze e i rimbalzi ubriachi di un pallone a cui potete parlare per ore di logiche e tattiche, ma che continuerà a rimbalzare male. Perché in fondo la pazzia è portatrice sana di allegria e spensieratezza nella vita umana, è insita nell’uomo e nella sua vita terrena. Ecco, forse allora Erasmo, se era questo quello che intendeva, qualche tempo fa è andato ad abbracciare Seru Rabeni e Jone Railomo, interpreti andati via troppo presto dalla nostra dimensione. A dire loro “Bravi”, a offrire loro una birra, che se la sono meritata, e a dire che nemmeno di là esistono spartiti. Così, per farli sentire un po’ di più a casa loro.

I figiani non avevano una mischia di livello internazionale, erano senza una touche degna di quel livello, si assentavano troppo dalla partita per poter lasciare un segno ai Mondiali. Ma loro non lo sapevano e hanno continuato a volare.

Finché hanno potuto.

Ma è stato un volo splendido.

 

Elogio della follia